Indennizzo del danno biologico in forma capitale, nuovi importi e criteri dal 1° gennaio 2019

L’Inail, con circolare n. 27 dell’11 ottobre 2019, fornisce chiarimenti in merito all’applicazione della nuova Tabella di indennizzo del danno biologico in forma capitale, per gli infortuni verificatisi e le malattie professionali denunciate dal 1° gennaio 2019.

Come noto, il Decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 45/2019, ha approvato, per il triennio 2019-2021, la nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale che sostituisce quella in vigore ai sensi del D.M. 12 luglio 2000. La nuova tabella è stata elaborata secondo i principi fondamentali con cui sono state formulate le previgenti. L’indennizzo, perciò, prescinde dalla retribuzione dell’assicurato, in quanto la menomazione in sé produce lo stesso pregiudizio alla persona per tutti gli esseri umani. Altresì, l’indennizzo è crescente al crescere della gravità della menomazione in misura più che proporzionale, sia in termini assoluti che relativi; infatti, al crescere della percentuale di invalidità, aumenta il peso di ciascun punto percentuale aggiuntivo, in quanto va ad incidere su di un quadro clinico maggiormente compromesso. Infine, l’indennizzo è variabile in funzione dell’età, ovvero decresce al crescere dell’età (Inail, circolare 4 agosto 2000, n. 57, punto 3.2.1). L’unica eccezione rispetto al passato riguarda la differenziazione di genere; la nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale, dunque, è unica sia per gli uomini che per le donne, mentre gli importi continuano a essere individuati per classi di età e per grado di menomazione dell’integrità psico-fisica compreso fra il 6% e il 15%. Gli importi indicati nella nuova tabella risultano, altresì, comprensivi della maggiorazione corrispondente ai due aumenti straordinari, fissati nella misura dell’8,68% dal 1° gennaio 2008 e nella misura del 7,57% dal 1° gennaio 2014 (aliquota complessiva 16,25%), da considerarsi ormai consolidati rispetto agli importi della tabella del 2000. In ogni caso, gli importi degli indennizzi del danno biologico in capitale, sono rivalutati annualmente, con decorrenza 1° luglio di ciascun anno di riferimento, sulla base della variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. La nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale si applica per gli infortuni verificatisi e le malattie professionali denunciate dal 1° gennaio 2019.
Nei casi di unificazione dei postumi, ai fini della valutazione medico-legale, si fa riferimento a un’unica menomazione complessiva dove i singoli postumi degli eventi unificati perdono autonoma rilevanza e non possono essere più oggetto di valutazione separata. Ne consegue che, se il grado complessivo risultante dall’unificazione dei postumi è compreso tra il 6% e il 15%, si eroga il nuovo capitale che costituisce primo pagamento sull’evento unificato. Tenuto conto che la nuova tabella trova applicazione per gli eventi infortunistici verificatisi dal 1° gennaio 2019 e le malattie denunciate dalla predetta data, in caso di unificazione dei postumi ai fini della individuazione della tabella da applicare, si deve far riferimento alla data dell’ultimo evento lesivo occorso oggetto di unificazione. Pertanto, in caso di ultimo evento la cui data sia successiva al 1° gennaio 2019, può accadere che il maggior grado riconosciuto dia luogo per la prima volta ad un indennizzo in capitale o, viceversa, a un nuovo indennizzo in capitale, per essere stato già indennizzato il grado riconosciuto precedentemente alla unificazione. Nella prima ipotesi, si eroga l’importo del valore capitale applicando la nuova tabella al nuovo grado e all’età dell’assicurato al momento dell’insorgenza del diritto, cioè la data evento del nuovo infortunio o la data di ricezione della denuncia di malattia professionale. Nella seconda ipotesi, cioè nella fattispecie di nuovo indennizzo in capitale con precedente indennizzo riconosciuto su eventi pregressi, si utilizza sempre l’importo del valore capitale previsto dalla nuova tabella, in base al nuovo grado e all’età dell’assicurato al momento della data evento. In tale fattispecie, quest’ultimo importo va però decurtato di quanto già corrisposto, ricalcolato con riferimento all’età dell’assicurato e nella misura indicata nella nuova tabella.
Le richieste di aggravamento presentate dall’assicurato a far data dal 1° gennaio 2019, ai fini del riconoscimento o dell’adeguamento dell’indennizzo del danno biologico in capitale e che comportano, indipendentemente dalla data dell’evento lesivo, un aumento del grado di menomazione precedentemente indennizzato in capitale, ovvero, un primo indennizzo del danno biologico in capitale, si liquidano sul valore capitale previsto dalla nuova tabella. Per le modalità di calcolo dell’indennizzo del danno biologico in capitale, si deve fare riferimento all’età dell’assicurato e alla tabella indennizzo del danno biologico in capitale vigente al momento delle richieste di adeguamento (Inail, circolare 4 agosto 2000, n. 57, punto 3.2.6.1). In sostanza, si determina innanzitutto il capitale corrispondente al grado della menomazione accertato e, in esito alla domanda di aggravamento, si prende a riferimento l’età dell’assicurato al momento della richiesta e la tabella indennizzo del danno biologico vigente al momento medesimo. Dall’importo così determinato si sottrae il capitale corrispondente al grado di menomazione precedentemente indennizzato, ricalcolato prendendo a riferimento l’età dell’assicurato al momento della richiesta e la tabella indennizzo in danno biologico vigente al momento medesimo. Peraltro, ove detto capitale, per effetto di rivalutazioni della tabella indennizzo in danno biologico, nel frattempo intervenute, risultasse superiore a quello a suo tempo effettivamente corrisposto, si detrae l’importo effettivamente corrisposto. Con riferimento alle situazioni in cui la rendita cessa a seguito di recupero dell’integrità psico-fisica, con decorrenza dal 1° gennaio 2019, nei limiti del 16% e con grado accertato pari o superiore al 6%, l’indennizzo del danno biologico in capitale è liquidato nella misura indicata nella nuova tabella secondo i citati criteri (Inail, circolare n. 4 agosto 2000, n. 57).

Imprese a capitale misto e svolgimento di un pubblico servizio, dovuta la contribuzione CIG

In tema di contribuzione previdenziale, le società per azioni a prevalente capitale pubblico, aventi ad oggetto l’esercizio di attività industriali, sono tenute al pagamento dei contributi previdenziali previsti per la cassa integrazione guadagni e la mobilità, non potendo trovare applicazione l’esenzione stabilita per le imprese industriali degli enti pubblici. Si tratta, infatti, di società di natura essenzialmente privata, nelle quali l’amministrazione pubblica esercita il controllo esclusivamente attraverso gli strumenti di diritto privato, restando irrilevante la mera partecipazione, pur maggioritaria, ma non totalitaria, da parte dell’ente pubblico (Corte di Cassazione, ordinanza 09 ottobre 2019, n. 25364)

Una Corte di appello territoriale, confermando la sentenza del Tribunale di prime cure, aveva rigettato l’opposizione proposta da una società esercente pubblico servizio, avverso la cartella esattoriale con la quale le era stato ingiunto il pagamento in favore dell’Inps di contributi per Cigo, Cigs e mobilità, oltre a sanzioni e interessi.
Avverso la decisione, la medesima società ricorre così in Cassazione, lamentando che in ragione del peculiare oggetto sociale, ovvero la gestione di un pubblico servizio, della presenza di capitale pubblico, della “assoluta dominanza” dell’ente pubblico, dell’assoggettamento al regime di concessione pubblica, non si prestava ad essere inquadrata, come invece avvenuto nella decisione impugnata, nell’ambito della normale società per azioni di diritto comune. In altri termini, rilevato che, per la gestione di servizi, reti, impianti e beni, gli enti locali sono tenuti ad avvalersi di soggetti allo scopo costituiti nella forma di società di capitali con la partecipazione maggioritaria dei predetti enti, anche associati (art. 34, L. n. 448/2001), ciò avrebbe implicato che la società ricorrente dovesse essere annoverata nell’ambito delle “imprese industriali degli enti pubblici, anche se municipalizzate”, con esonero dall’applicazione delle norme sull’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria (art. 3, D.Lgs.C.P.S. n. 869 del 1947).
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. Secondo il consolidato orientamento di legittimità (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 14847/2009), in tema di contribuzione previdenziale, le società a capitale misto, ed in particolare le società per azioni a prevalente capitale pubblico, aventi ad oggetto l’esercizio di attività industriali, sono tenute al pagamento dei contributi previdenziali previsti per la cassa integrazione guadagni e la mobilità, non potendo trovare applicazione l’esenzione stabilita per le imprese industriali degli enti pubblici. Si tratta, infatti, di società di natura essenzialmente privata, finalizzate all’erogazione di servizi al pubblico in regime di concorrenza, nelle quali l’amministrazione pubblica esercita il controllo esclusivamente attraverso gli strumenti di diritto privato, e restando irrilevante, in mancanza di una disciplina derogatoria rispetto a quella propria dello schema societario, la mera partecipazione, pur maggioritaria, ma non totalitaria, da parte dell’ente pubblico. La forma societaria di diritto privato è per l’ente locale la modalità di gestione degli impianti, consentita dalla legge e prescelta dall’ente stesso per la duttilità dello strumento giuridico, in cui il perseguimento dell’obiettivo pubblico è caratterizzato dall’accettazione delle regole del diritto privato. Altresì, la finalità perseguita dal Legislatore nazionale e comunitario nella promozione di strumenti non autoritativi per la gestione dei servizi pubblici locali è specificamente quella di non ledere le dinamiche della concorrenza, assumendo rilevanza determinante, in ordine all’obbligo contributivo, il passaggio del personale addetto alla gestione del servizio dal regime pubblicistico a quello privatistico.

Aliquota contributiva ex CUAF per i lavoratori iscritti al Fondo speciale ex Ipost

09 ottobre 2019 A seguito dell’analisi condotta sull’assetto delle coperture assicurative in materia di assegni familiari per i lavoratori iscritti al Fondo speciale ex Ipost, l’inps fornisce chiarimenti ed istruzioni in materia.

Tenuto conto dell’evoluzione del quadro delle tutele obbligatorie relative all’assicurazione della ex Cassa unica assegni familiari di detti lavoratori iscritti alla Gestione ex Ipost, e al fine di favorire l’adozione di comportamenti uniformi sul territorio nazionale, verrà operata la revoca del codice di autorizzazione “1C” (avente il significato di “esonero dal versamento del contributo CUAF”) ancora eventualmente presente nelle posizioni aziendali interessate.
Ai fini della determinazione della misura del contributo per il finanziamento dell’assegno per il nucleo familiare (CUAF), si ricorda che per la generalità dei datori di lavoro, secondo quanto previsto dall’articolo 25 della legge n. 845/1978, l’aliquota CUAF si attesta nella misura del 6,20%. Tuttavia, con il DM 21 febbraio 1996, in attuazione della legge n. 335/1995, il Ministero del Lavoro ha disposto l’elevazione dell’aliquota contributiva di finanziamento dovuta a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti al 32%, con contestuale riduzione delle aliquote contributive di finanziamento per le prestazioni temporanee a carico della Gestione di cui all’articolo 24 della legge n. 88/1989. Conseguentemente, per i datori di lavoro che hanno alle dipendenze lavoratori iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti, il contributo ex CUAF è stato variato nella misura del 2,48%.
Per i soggetti iscritti ai Fondi esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria, la misura del contributo ex CUAF non è stata interessata dalla riduzione disposta dal citato DM.
Peraltro, si osserva come per i dipendenti iscritti al Fondo ex IPOST non siano intervenute analoghe disposizioni a quelle citate, che abbiano incrementato l’aliquota IVS ed adeguato l’aliquota ex CUAF, come invece è avvenuto in relazione ad altre forme di previdenza sostitutive e/o esclusive.
Ciò premesso, ai fini della quantificazione della misura della contribuzione in esame, assumono rilievo altresì le disposizioni di cui all’articolo 120 della legge n. 388/2000 e all’articolo 1, commi 361 e 362, della legge n. 266/2005 (legge finanziaria 2006). Pertanto, per i lavoratori iscritti al Fondo ex IPOST, il contributo di finanziamento dell’assicurazione relativa agli assegni per il nucleo familiare si attesta nella misura del 4,40% (6,20% – 1,80%).
Considerato che l’obbligo di versamento del predetto contributo sussiste anche per i periodi pregressi non prescritti, le aziende interessate dovranno versare la contribuzione in argomento (avendo a riferimento la suddetta aliquota pari al 4,40%), per le mensilità da 09.2014 a 09.2019, valorizzando – all’interno di <DenunciaAziendale> <AltrePartiteADebito> – l’elemento <AltreADebito> ed indicando in <CausaleADebito> il codice di nuova istituzione “M222”, che assume il significato di “Arretrati Contributo CUAF aziende con personale iscritto alla gestione ex Ipost”, in <Retribuzione> l’importo dell’imponibile, calcolato sulla retribuzione imponibile ai fini previdenziali di tutti i lavoratori dipendenti, e in <SommaADebito> l’importo del contributo, pari al 5,80% dell’imponibile (6,20% – 0,40%), atteso che le aziende hanno usufruito delle riduzioni contributive previste all’articolo 120 della legge n. 388/2000 e all’articolo 1, commi 361 e 362, della legge n. 266/2005.
Le aziende che abbiano comunque versato il contributo CUAF (matricole senza C.A. “1C”), provvederanno al versamento della differenza contributiva, utilizzando le stesse modalità sopra indicate. In tal caso, la parte del contributo CUAF ancora dovuto è pari al 3,72% dell’imponibile, atteso che parte della contribuzione è già stato versato nella ridotta misura dello 0,68%. Il versamento del contributo va effettuato, senza aggravio di oneri accessori, entro il giorno 16 del terzo mese successivo a quello di pubblicazione messaggio in commento (Messaggio n. 3635/2019).

Aspettativa e distacco sindacale, le indicazioni Inps per il versamento del contributo aggiuntivo

L’Inps, con circolare n. 129 del 04 ottobre 2019, fornisce chiarimenti in merito al versamento della contribuzione aggiuntiva per i lavoratori collocati in aspettativa sindacale ovvero in distacco sindacale con diritto alla retribuzione a carico del datore di lavoro.

I lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali possono, a richiesta, essere collocati in aspettativa non retribuita, per tutta la durata del loro mandato (art. 31, commi 1 e 2, L. n. 300/1970), con accredito della contribuzione figurativa. Le cariche sindacali sono quelle previste dalle norme statutarie e formalmente attribuite per lo svolgimento di funzioni rappresentative e dirigenziali a livello nazionale, regionale e provinciale o di comprensorio, anche in qualità di componenti di organi collegiali dell’organizzazione sindacale. Ai fini dell’accreditamento della contribuzione figurativa, i provvedimenti di collocamento in aspettativa non retribuita sono efficaci se assunti con atto scritto e dopo che sia decorso il periodo di prova previsto dai contratti collettivi e, comunque, un periodo non inferiore a sei mesi. La domanda di accredito figurativo deve essere presentata presso la gestione previdenziale interessata entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello nel corso del quale ha avuto inizio o si sia protratta l’aspettativa, a pena di decadenza (art. 3, commi 1, 2 e 3, del D.Lgs n. 564/1996). Scaduto il termine perentorio, tali periodi non possono più essere oggetto della relativa copertura figurativa, ma possono essere oggetto di riscatto (art. 5, co. 1, D.Lgs n. 564/1996) se riferiti a periodi successivi al 31 dicembre 1996 e nella misura massima di tre anni. La predetta contribuzione figurativa è commisurata alla retribuzione stabilita tempo per tempo dal relativo contratto collettivo di lavoro in relazione alla qualifica professionale posseduta dal lavoratore all’atto del collocamento in aspettativa, nonché agli incrementi retributivi legati alla mera maturazione dell’anzianità di servizio, restando esclusi gli emolumenti collegati alla effettiva prestazione lavorativa o subordinati al conseguimento di prefissati risultati.
Ciò premesso, in favore dei lavoratori così collocati in aspettativa, l’organizzazione sindacale può versare, previa richiesta di autorizzazione al fondo o regime pensionistico di appartenenza del medesimo, una contribuzione aggiuntiva sull’eventuale differenza tra le somme corrisposte per lo svolgimento dell’attività sindacale e la retribuzione di riferimento per il calcolo del contributo figurativo. Il contributo aggiuntivo va versato entro lo stesso termine previsto per la domanda di accredito figurativo (30 settembre dell’anno successivo) ed è pari all’aliquota di finanziamento del regime pensionistico a cui il lavoratore è iscritto (art. 3, co. 5, del D.Lgs. n. 564/1996). Il versamento del contributo aggiuntivo può essere effettuato anche a favore dei lavoratori collocati in distacco sindacale con diritto alla retribuzione erogata dal proprio datore di lavoro (art. 3, co. 6, del D.Lgs. n. 564/1996). In tal caso, la misura della contribuzione aggiuntiva è riferita agli eventuali emolumenti ed indennità erogate dall’organizzazione sindacale. In entrambe le fattispecie (aspettativa e distacco sindacale), la contribuzione aggiuntiva deve coesistere con una contribuzione principale, sia essa figurativa (aspettativa sindacale) o effettiva (distacco sindacale) e non dà luogo ad un aumento di anzianità, ma solo ad un incremento della retribuzione pensionabile.
Dunque, la posizione soggettiva del lavoratore in aspettativa sindacale, in ordine alla copertura assicurativa dei periodi in cui è chiamato a ricoprire le cariche sindacali, è tutelata a seguito del perfezionamento di due elementi costitutivi:
a) il provvedimento, rilasciato dall’Inps, di riconoscimento dell’accredito della contribuzione figurativa, adottato a seguito della relativa istanza che il lavoratore interessato;
b) l’autorizzazione in favore dell’organizzazione sindacale, rilasciata dall’Inps a seguito di domanda, al versamento della contribuzione aggiuntiva.
Nel caso di lavoratore in distacco sindacale, invece, la contribuzione aggiuntiva può essere versata da parte dell’organizzazione al perfezionamento dei seguenti presupposti:
a) il provvedimento del datore di lavoro di collocamento in distacco;
b) l’autorizzazione in favore dell’organizzazione sindacale, rilasciata dall’Istituto a seguito di domanda, al versamento della contribuzione aggiuntiva.
Le organizzazioni sindacali devono inoltrare annualmente la richiesta di autorizzazione per ogni lavoratore per il quale si intenda versare contribuzione aggiuntiva, indipendentemente dalla gestione previdenziale (Gestione pubblica, Fondo pensioni lavoratori dipendenti, Fondi speciali) alla quale risulta iscritto il lavoratore interessato. A tal fine, devono allegare alla richiesta la seguente documentazione:
– il regolamento vigente adottato dall’organizzazione sindacale;
– l’atto ufficiale di attribuzione dell’incarico sindacale (provvedimento ovvero verbale di approvazione), con indicazione della durata e dell’importo degli emolumenti e delle indennità corrisposti dal sindacato, con specificazione della relativa carica, nonché delle norme statutarie di riferimento;
– l’eventuale delibera sindacale nella quale è indicato il minor importo degli emolumenti e delle indennità corrisposti dal sindacato rispetto a quello fissato nell’atto ufficiale di attribuzione dell’incarico citato, qualora nel Regolamento sia prevista detta possibilità, ovvero di corrispondere un importo inferiore rispetto a quello indicato dallo stesso Regolamento per lo svolgimento dell’incarico sindacale;
– la certificazione unica;
– per i dipendenti pubblici, la certificazione attestante la retribuzione virtuale presa a base per il calcolo dell’imponibile contributivo, nei casi di aspettativa non retribuita.
Conseguita la predetta autorizzazione, il versamento della contribuzione aggiuntiva va effettuato entro e non oltre il 30 settembre dell’anno civile successivo a quello in cui ha avuto corso o si è protratta l’aspettativa o il distacco sindacale. Eventuali versamenti effettuati oltre il suddetto termine non vengono valorizzati e sono rimborsati all’organizzazione sindacale. Oltre il suddetto termine non è consentita alcuna forma di pagamento, neppure in via dilazionata. Tuttavia, qualora il provvedimento autorizzatorio venga notificato all’organizzazione sindacale successivamente al prescritto 30 settembre, il versamento della contribuzione aggiuntiva deve essere effettuato entro il successivo termine di 30 giorni dall’avvenuta notifica.

Istruttori sportivi di ASD e concetto di “esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche”

In un’ottica premiale della funzione sociale connessa all’attività sportiva dilettantistica, quale fattore di crescita sul piano relazionale e culturale, l’articolo 35, comma 5, del D.L. n. 207/2008, avente portata interpretativa, ha inteso definitivamente chiarire che anche i compensi per le attività di formazione, istruzione ed assistenza ad attività sportiva dilettantistica si considerano redditi diversi e dunque beneficiano dell’esenzione fiscale e contributiva, non essendo invece sostenibile limitare tale “favor” alle sole prestazioni rese in funzione di una partecipazione a gare e/o a manifestazioni sportive (Corte di Cassazione, ordinanza 30 settembre 2019, n. 24365).

Una Corte di appello territoriale, in accoglimento del gravame proposto dall’Inps ed in riforma della pronuncia di primo grado, aveva respinto l’opposizione alla cartella esattoriale da parte di una Associazione sportiva dilettantistica, contenente importi a titolo di contribuzione previdenziale asseritamente dovuta in relazione ai compensi erogati agli istruttori di corsi di acquaticità per bambini, corsi finalizzati al benessere della persona, corsi di rieducazione rivolti a soggetti con difficoltà motorie, corsi di nuoto per gestanti. Secondo la Corte, seppur pacifico che l’Associazione fosse iscritta al Registro nazionale associazioni e società sportive dilettantistiche tenuto dal CONI e svolgesse attività di gestione della piscina comunale, nel periodo antecedente l’entrata in vigore dell’articolo 35, comma 5, del D.L. n. 207/2008, la sfera dei beneficiari dell’esenzioni fiscale e contributiva era limitata ai soggetti che percepivano compensi erogati per attività collegate ad una gara o ad una manifestazione sportiva.
Avverso tale sentenza ricorre così in Cassazione l’Associazione, per non aver la Corte territoriale considerato la più ampia accezione di attività sportiva dilettantistica definitivamente riconosciuta dal Legislatore il quale, con l’articolo 35 del D.L. n. 207/2008, ha fornito, diversamente da quanto sostenuto nella decisione impugnata, un’interpretazione autentica del disposto della lettera m) dell’articolo 67 del D.P.R. n. 917/1986, includendovi le “attività di formazione, didattica, preparazione, assistenza” dell’attività sportiva dilettantistica.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Il citato articolo 67, alla lettera m), stabilisce che sono redditi diversi, se non costituiscono redditi di capitale ovvero se non sono conseguiti nell’esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali o da società in nome collettivo e in accomandita semplice, né in relazione alla qualità di lavoratore dipendente:
– le indennità di trasferta, i rimborsi forfetari di spesa, i premi e i compensi erogati ai direttori artistici ed ai collaboratori tecnici per prestazioni di natura non professionale da parte di cori, bande musicali e filodrammatiche che perseguono finalità dilettantistiche, e quelli erogati nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal CONI, dalle Federazioni sportive nazionali, dall’UNIRE, dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi sia riconosciuto.
Tale disposizione si applica anche ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo-gestionale di natura non professionale resi in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche.
Successivamente, l’articolo 35, comma 5, ha chiarito che il concetto di “esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche” ricomprende anche la formazione, la didattica, la preparazione e l’assistenza all’attività sportiva dilettantistica.
Orbene, nella fattispecie, assume decisivo rilievo stabilire la portata, interpretativa o innovativa, del citato articolo. In generale, secondo la costante giurisprudenza costituzionale, il Legislatore può adottare norme che specifichino il significato di altre disposizioni di legge non soltanto in presenza di incertezze sull’applicazione di una disposizione o di contrasti giurisprudenziali irrisolti, ma anche “quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario, con ciò vincolando un significato ascrivibile alla norma anteriore” (Corte Costituzionale, sentenza n. 525/2000). Con riferimento alla fattispecie in oggetto, in un’ottica premiale della funzione sociale connessa all’attività sportiva dilettantistica, quale fattore di crescita sul piano relazionale e culturale, il Legislatore ha inteso definitivamente chiarire che anche i compensi per le attività di formazione, istruzione ed assistenza ad attività sportiva dilettantistica beneficiano dell’esenzione fiscale e contributiva, senza voler limitare, come in precedenza in alcuni ambiti sostenuto, tale “favor” alle sole prestazioni rese in funzione di una partecipazione a gare e/o a manifestazioni sportive. Peraltro, tale ricostruzione è sostenuta anche in sede amministrativa (Enpals, circolare n. 18/2009, Agenzia delle entrate, risoluzione n. 38/E/2010; Ministero del lavoro e delle politiche sociali, circolare n. 37/2014).

Iscrizione Gestione commercianti, la valutazione dell’attività prescinde dall’oggetto sociale dichiarato

Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione commercianti è lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996), non rilevando, di per sé, il contenuto dell’oggetto sociale e non sussistendo una presunzione per cui lo svolgimento di un’attività imprenditoriale derivi dalla forma societaria assunta, diversa dalla società semplice (Corte di Cassazione, ordinanza 27 settembre 2019, n. 24153)

Una Corte d’appello territoriale aveva accolto il gravame proposto da un lavoratore avverso la sentenza del Tribunale di prime cure e dichiarato insussistente l’obbligo d’iscrizione del medesimo nella Gestione commercianti Inps, in relazione alla qualità di socio accomandatario di SAS. In particolare, la Corte territoriale aveva osservato come non fosse sussistente obbligo di iscrizione alla citata Gestione previdenziale per effetto dell’esercizio dell’attività di mera gestione della redditività di immobili (riscossione dei canoni di locazione di un fondo di proprietà), in quanto l’Inps non aveva dimostrato lo svolgimento di attività imprenditoriali ulteriori ma aveva solo richiamato l’oggetto sociale dichiarato.
Avverso la predetta sentenza, l’Inps propone così ricorso in Cassazione, lamentando che la Corte di merito non avesse correttamente valutato la circostanza per cui il lavoratore era l’unico socio accomandatario della SAS e non svolgeva altra attività lavorativa, che l’oggetto sociale era relativo “all’acquisto e vendita di terreni, di impianti, nonché di immobili in genere”, che l’attività della gestione della società non era delegata agli altri soci accomandanti. Per l’Inps, inoltre, la Corte di appello avrebbe errato nel non considerare la sussistenza di una presunzione normativa circa lo svolgimento di un’attività imprenditoriale da parte delle società non costituite nella forma di quella semplice.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. Secondo orientamento costante (ex multis, Corte di Cassazione, n. 12981/2018), l’attività di riscossione di canoni di locazione, non finalizzata alla prestazione di servizi in favore di terzi né ad atti di compravendita o di costruzione, non esorbita dalla semplice gestione degli immobili concessi in locazione e, pertanto, non configura esercizio di attività commerciale ai fini dell’iscrizione nella Gestione commercianti. Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione in parola è lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996), non rilevando, di per sé, il contenuto dell’oggetto sociale. Oltretutto, nella fattispecie, il giudizio di causa reso in ordine allo svolgimento di mera attività di gestione della “redditività” di immobili, è un giudizio di fatto, riservato al giudice di merito, che la Corte di appello ha condotto in corretta applicazione delle regole processuali di distribuzione del carico allegatorio e probatorio, non avendo fondamento legale la presunzione legale dedotta dall’Inps nel caso di svolgimento di un’attività imprenditoriale da parte delle società non costituite nella forma di quella semplice.

Premio di risultato alle forme pensionistiche complementari: i chiarimenti della Covip

In presenza di un contratto collettivo che consenta la conversione dei premi di risultato in contributi alla previdenza complementare, si ritiene che sia necessario tenere in considerazione quanto in esso disposto, per una corretta individuazione delle opzioni esercitabili dai lavoratori interessati.

Il quesito sottoposto alla Covip riguarda un iscritto che, cessato il rapporto di lavoro con un’azienda associata ad un determinato fondo negoziale, e passato alle dipendenze di un altro datore di lavoro, ha optato per il mantenimento della posizione individuale presso il fondo stesso. In un secondo momento, l’iscritto ha manifestato l’intenzione di destinare, se possibile, al fondo in questione, il premio di risultato che maturerà presso il nuovo datore di lavoro, ancorché quest’ultimo non sia associato allo stesso.
Preliminarmente, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione ricorda che l’art. 1, commi da 182 a 190, della Legge 208/2015, e successive modifiche, prevede agevolazioni, sotto il profilo fiscale e contributivo, per i premi di risultato del settore privato e per le somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili dell’impresa, nonché per lo sviluppo del welfare aziendale. Infatti, i premi di risultato (o le somme dovute in qualità di partecipazione agli utili) rientranti nei limiti previsti per le agevolazioni fiscali possono essere convertiti, tra l’altro, in contributi alla previdenza complementare e beneficiare delle ulteriori agevolazioni previste dalla sopra citata normativa.
Ai fini dell’applicazione delle disposizioni agevolative, necessario è che le somme di cui sopra – corrisposte direttamente al lavoratore in denaro o sotto forma di beni o servizi di welfare – siano erogate in esecuzione di contratti aziendali e territoriali stipulati in conformità all’art. 51 del D. Lgs. n. 81/2015. Inoltre, in base all’art. 5 Decreto del 25 marzo 2016, occorre che i contratti collettivi in parola siano stati depositati per via telematica presso il Ministero del Lavoro entro 30 giorni dalla loro sottoscrizione, unitamente ad un’apposita dichiarazione di conformità del contratto alle disposizioni del Decreto, da predisporsi secondo la modulistica allegata allo stesso.
La normativa, quindi, valorizza al tempo stesso sia la contrattazione collettiva sia la volontà individuale del lavoratore.

Nella Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 28/E del 2016, ad esempio, è ampiamente precisato che “la fungibilità tra la componente monetaria e i beni e servizi deve essere contemplata dai contratti aziendali o territoriali” e che “l’applicazione del regime di favore … è sottratto alla libera disposizione delle parti essendo subordinato alla condizione che sia la contrattazione collettiva di secondo livello ad accordare al dipendente la facoltà di scegliere se ricevere i premi in denaro o in beni o servizi …”. La Circolare inoltre precisa che “si deve ritenere che l’eventuale disciplina di dettaglio, riguardante ad esempio le modalità di esercizio di tale scelta o la possibilità di revoca, resta demandata alla autonomia delle parti o al contratto stesso”.
Alla luce delle indicazioni sin qui fornite, la scelta in ordine alla conversione del premio di risultato e alla sua devoluzione a previdenza complementare non è totalmente rimessa in capo al singolo lavoratore, dovendo trovare la sua principale legittimazione in un accordo collettivo di secondo livello che lo preveda. Pertanto, in presenza di un contratto collettivo che consenta la conversione dei premi di risultato in contributi alla previdenza complementare, si ritiene che sia necessario tenere in considerazione quanto in esso disposto, per una corretta individuazione delle opzioni esercitabili dai lavoratori interessati. In particolare, i lavoratori potranno destinare tali contributi ad una forma pensionistica complementare anche diversa da quella contrattuale di riferimento, come nel caso rappresentato, laddove la contrattazione collettiva aziendale o territoriale non disponga diversamente.

Artigiani e commercianti: partecipazioni in società di capitali escluse da contribuzione

È escluso dalla base imponibile contributiva di artigiani e commercianti il reddito derivante dalla partecipazione a società di capitali sul presupposto dell’estraneità ai redditi d’impresa degli utili derivanti dalla partecipazione al capitale di società a responsabilità limitata (costituenti redditi di capitale) tenuto conto che, ai fini IRPEF, il reddito di capitale è distinto dal reddito d’impresa, l’unico assoggettato a contribuzione (Corte di Cassazione – Sentenza n. 24096 del 2019).

FATTO

L’INPS ha accertato un maggior imponibile contributivo in capo al socio artigiano di una società in nome collettivo, includendovi anche il reddito derivante da partecipazioni in società di capitali in cui però non risultava svolta alcuna prestazione lavorativa.
Su ricorso del contribuente, la Corte di merito ha annullato l’accertamento dell’Inps affermando che va assunta come base imponibile sulla quale calcolare i contributi di artigiani e commercianti, la totalità dei redditi d’impresa così come definita dalla disciplina fiscale. Considerato che gli utili derivanti dalla mera partecipazione a società di capitali senza prestazione di attività lavorativa costituiscono redditi di capitale, questi ultimi non concorrono a formare l’imponibile contributivo.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La questione sottoposta al vaglio della Corte Suprema attiene al fatto se il lavoratore autonomo, iscritto alla gestione previdenziale artigiani/commercianti, in quanto svolgente un’attività lavorativa per la quale sussistono i requisiti per la tutela previdenziale obbligatoria, debba parametrare o meno il proprio obbligo contributivo a tutti i redditi percepiti nell’anno di riferimento, tenendo conto anche di quelli da partecipazione a società di capitali nella quale egli non svolge attività lavorativa.
In base alla vigente normativa relativa alla tutela previdenziale obbligatoria per artigiani e commercianti l’ammontare del contributo annuo dovuto da artigiani e commerciali è rapportato alla “totalità” dei redditi d’impresa denunciati ai fini IRPEF per l’anno al quale i contributi stessi si riferiscono.
Secondo la Cassazione, al fine di individuare quale sia il reddito di impresa rilevante ai fini contributivi occorre fare riferimento alle norme fiscali, che distinguono i redditi di impresa (quelli che derivano dall’esercizio di attività imprenditoriale) dai redditi di capitale (comprensivi degli utili da partecipazione alle società soggette ad IRES).
Pertanto, visto che la normativa previdenziale individua come base imponibile sulla quale calcolare i contributi la “totalità” dei redditi d’impresa così come definita dalla disciplina fiscale, e considerato che secondo il T.U.I.R. gli utili derivanti dalla mera partecipazione a società di capitali senza prestazione di attività lavorativa sono inclusi tra i redditi di capitale, ne consegue che questi ultimi non concorrono a costituire la base imponibile ai fini contributivi per artigiani e commercianti.
D’altra parte l’impostazione del sistema prevede che la tutela previdenziale spetti ai lavoratori, non a coloro che si limitino ad investire i propri capitali a scopo di utile.
Una diversa considerazione va fatta per le partecipazioni in società di persone, poiché sulla base del principio della trasparenza fiscale i redditi delle società in nome collettivo e in accomandita semplice, da qualsiasi fonte provengano e quale che sia l’oggetto sociale, sono considerati redditi di impresa e sono determinati unitariamente secondo le norme relative a tali redditi. Di conseguenza, ai fini della determinazione dei contributi dovuti dagli artigiani ed esercenti attività commerciali, vanno computati anche i redditi percepiti in qualità di socio accomandante, seppure diversi dal reddito che trova causa nel rapporto di lavoro oggetto della posizione previdenziale.

Accertamento tributario e debenza dei contributi: irrilevante la definizione della lite fiscale

In ordine alla valenza probatoria degli accertamenti dell’Agenzia delle entrate rispetto al diritto dell’Inps di riscuotere i relativi contributi a percentuale dovuti alla Gestione commercianti sull’imponibile accertato, l’eventuale definizione concordata di una lite fiscale non implica il venir meno del valore probatorio dell’atto di accertamento, che può essere però resistito da prove di segno contrario. In mancanza di tale resistenza contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato, evidentemente l’atto di accertamento deve ritenersi idoneo a rendere definitivo l’avveramento del fatto nello stesso contenuto (Corte di Cassazione, sentenza 25 settembre 2019, n. 23930).

La controversia riguarda il diritto dell’Inps a riscuotere i contributi a percentuale dovuti da un lavoratore iscritto alla Gestione commercianti a seguito di un accertamento dell’Agenzia delle Entrate. Nello specifico, la Corte d’appello territoriale, confermando la sentenza del giudice del lavoro, aveva spiegato che la definizione della controversia tributaria per mezzo di condono (art. 39, co. 12, D.L. n. 98/2011) aveva inciso solo sugli aspetti tributari e non su quelli previdenziali della questione, né aveva fatto venir meno la validità, quanto meno indiziaria, dei rilievi dell’Amministrazione finanziaria, per cui l’adesione del contribuente al condono aveva prodotto la definitività dell’accertamento fiscale che era alla base dell’addebito contributivo.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, assumendo che la peculiare definizione della lite fiscale, con il pagamento di una somma forfetaria, ma senza alcun riconoscimento nel merito, non rende in alcun modo definitivo l’accertamento fiscale. Altresì, il medesimo lamenta che sarebbe stato onere dell’Inps provare gli elementi costitutivi della pretesa contributiva.
Secondo la Suprema Corte il ricorso va rigettato sulla base di una serie di considerazioni.
In primo luogo, la definizione concordata della lite tributaria prevista dall’articolo 39, come dedotto dal tenore letterale della norma, ha la espressa ed esclusiva finalità di deflazionare il contenzioso tributario (se di valore inferiore a 20.000 euro e già pendente alla data del 31 dicembre 2011) allo scopo di liberare e concentrare le risorse dell’Agenzia delle entrate sulla proficua e spedita gestione dei procedimenti di natura precontenziosa. Prova ne è che alla deflazione del contenzioso previdenziale viene dedicato l’articolo 38 del Decreto Legge n. 98/2011. Tantomeno, si rinviene alcun elemento che permetta di saldare, anche in via analogica, le due disposizioni al punto da ritenere che la definizione concordata del giudizio tributario estenda gli effetti sulla rideterminazione totale o parziale del presupposto impositivo accertato dall’Agenzia ai fini extrafiscali, quali i contributi previdenziali calcolati a percentuale sul reddito.
Altresì, seppur la definizione concordata non incida in alcun modo sul contenuto dell’atto di accertamento dell’Agenzia e non importi definitività, propriamente detta, dell’accertamento medesimo, quest’ultimo conserva comunque valore probatorio che può essere resistito da prove di segno contrario, senza che ciò incida sul riparto dell’onere probatorio. Tale accertamento costituisce, anche in riferimento all’obbligazione contributiva, un atto amministrativo di ricognizione del loro avveramento, posto che l’accertamento interviene dopo che il contribuente ha adempiuto alla propria obbligazione nella misura che egli ritiene dovuta e gli uffici competenti intervengono con un procedimento amministrativo di secondo grado per verificare la correttezza dell’importo pagato (Corte di Cassazione, sentenza n. 13463/2017). A partire dalla dichiarazione 1999 (redditi 1998), infatti, l’Agenzia delle entrate svolge un’attività di controllo, effettuando accertamenti formali e sostanziali sui dati denunciati dai contribuenti, richiedendo il pagamento dei contributi e premi omessi e/o evasi da trasmettere successivamente all’Inps. In caso di mancato pagamento l’Inps procede, sulla base dei dati forniti dalla Agenzia delle entrate, alla iscrizione a ruolo dei contributi totalmente o parzialmente insoluti. Si è, dunque, in presenza di un sistema di accertamento, liquidazione e riscossione comune ai due rapporti, previdenziale e tributario, in cui gli atti di accertamento disposti dall’Agenzia delle entrate costituiscono atti di esercizio anche del rapporto previdenziale. Orbene, in ordine alla valenza probatoria degli accertamenti tributari, il giudice di merito (tributario od ordinario, nel caso della contribuzione previdenziale), investito della controversia sulla legittimità e fondatezza dell’atto impositivo, è tenuto a valutare, singolarmente e complessivamente, gli elementi presuntivi forniti dall’Amministrazione, dando atto, in motivazione, dei risultati del proprio giudizio (impugnabile in Cassazione solo per inadeguatezza o incongruità logica dei motivi che lo sorreggono) e solo in un secondo momento, qualora ritenga tali elementi dotati dei caratteri di gravità, precisione e concordanza, deve dare ingresso alla valutazione della prova contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato (artt. 2727 e ss. e 2697, co. 2, c.c.). Ne consegue che l’accertamento tributario deve essere in qualche modo resistito dal contribuente che intenda, invece, evitare il consolidamento dell’accertamento stesso e ciò può avvenire con qualsiasi mezzo; in mancanza di tale resistenza di segno negativo offerta dall’obbligato, come accaduto nella fattispecie, evidentemente l’atto di accertamento deve ritenersi idoneo a rendere definitivo l’avveramento del fatto nello stesso contenuto.

ANF: figli riconosciuti da unico genitore e nuclei con genitore vedovo

Si forniscono chiarimenti in merito all’ANF in caso di di figli riconosciuti da unico genitore e nuclei con genitore vedovo.

Nella suddetta ipotesi le procedure telematiche di presentazione e gestione delle domande di ANF, nei casi in cui rilevino la presenza nel nucleo di unico genitore, richiedente la prestazione, non operano l’istruttoria automatica, perché sono necessarie verifiche da parte dell’operatore. Verificato il diritto alla prestazione relativamente alla tipologia e composizione del nucleo e/o la presenza di eventuale Autorizzazione ANF, vi è la possibilità di sbloccare l’istruttoria stessa nelle procedure di gestione ANF. Le verifiche dovranno essere effettuate in fase di istruttoria tramite l’accesso alle banche dati anagrafiche. L’Inps ricorda che l’Autorizzazione ANF è necessaria quando: venga richiesta l’inclusione di determinati familiari nel nucleo; nei casi di possibile duplicazione di pagamento; per applicare l’aumento dei livelli reddituali.
Nei casi di nuclei con riconoscimento del figlio da parte di unico genitore (c.d. ragazza madre/ragazzo padre) e/o genitori vedovi con figli propri e del coniuge deceduto, non è ravvisabile la possibile duplicazione del pagamento e, pertanto, non è necessaria la presentazione di domanda di Autorizzazione da parte del cittadino richiedente.