Contributi all’Inps se non c’è la copertura Inarcassa

Con la recente Ordinanza n. 20571 del 31 luglio 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che qualora l’ingegnere o l’architetto non sia iscritto all’Inarcassa perché svolge l’attività libero-professionale in concomitanza con l’attività di lavoro dipendente è obbligato al versamento dei contributi alla gestione separata dell’Inps.

L’INPS ha disposto l’iscrizione d’ufficio alla Gestione Separata nei confronti dell’ingegnere che in concomitanza all’attività libero-professionale svolgeva anche attività di lavoro dipendente, contestando altresì l’omesso versamento dei contributi in relazione all’attività libero-professionale.
Il Tribunale adito ha confermato la legittimità della contestazione operata dall’INPS.
Su ricorso dell’ingegnere, la Corte di Cassazione ha preliminarmente osservato che in base allo statuto dell’INARCASSA, gli ingegneri e gli architetti che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie (come quella per lavoro dipendente), non possono essere iscritti all’ente previdenziale di categoria, e restano obbligati esclusivamente al versamento del “contributo integrativo” calcolato sul fatturato, che ha funzione solidaristica.
Per quanto concerne l’iscrizione alla Gestione Separata dell’INPS, in considerazione della ratio universalistica delle tutele previdenziali stabilita dalla normativa di riferimento, con norma di interpretazione autentica è stato chiarito che l’obbligo sussiste per i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di categoria, in base ai rispettivi statuti e ordinamenti. Di conseguenza, restano esclusi dall’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata Inps coloro che sono tenuti, presso gli enti previdenziali di categoria, al versamento di contributi suscettibili di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata prestazione previdenziale.
In conclusione, secondo i giudici della Suprema Corte, per gli ingegneri e gli architetti che in concomitanza con all’attività libero-professionale svolgono anche attività di lavoro dipendente, deve affermarsi la sussistenza dell’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata dell’Inps ed al relativo versamento di contributi, in considerazione del fatto che il cd. “contributo integrativo” cui sono tenuti in ragione dell’iscrizione all’albo ha funzione esclusivamente solidaristica.

Socio-amministratore e abituale ingerenza nel ciclo produttivo, gli elementi di valutazione ai fini Inps

Socio-amministratore e abituale ingerenza nel ciclo produttivo, gli elementi di valutazione ai fini Inps

Ai fini dell’iscrizione del socio amministratore di SRL alla Gestione commercianti, la prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, deve essere fornita dall’Inps e valutata dal giudice di merito in modo puntuale e rigoroso, sulla base di precisi elementi, quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni (Corte di Cassazione, ordinanza 26 luglio 2019, n. 20372).

Una Corte d’appello territoriale, confermando la decisione resa dal Tribunale di prime cure, aveva accolto l’opposizione proposta da un socio amministratore di SRL nei confronti dell’Inps, avverso la cartella esattoriale notificata per la riscossione di contributi e sanzioni per mancata iscrizione alla Gestione commercianti. La Corte territoriale aveva ritenuto la non ravvisabilità dei presupposti per la iscrizione del socio, già iscritto come amministratore alla Gestione separata (art. 2, co. 26, L. n. 335/1995), anche alla Gestione commercianti, non risultando l’attività lavorativa svolta dal medesimo nell’ambito di SRL, caratterizzata dal requisito della prevalenza con riguardo all’opera prestata nelle altre Società di cui era amministratore.
Ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando la non conformità a diritto della pronunzia della Corte di merito, in quanto la partecipazione al lavoro aziendale è riconducibile l’espletamento, oltre che di un’attività esecutiva o materiale, anche di un’attività organizzativa e direttiva, tuttavia distinguibile dall’attività di amministratore della società e destinata a concretarsi nel compimento di alcuni atti tipici riservati dalla legge.
Per la Suprema Corte il motivo non è fondato. L’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella Gestione separata, che si accompagna all’esercizio di attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’Inps, non è regolato dal principio dell’attività prevalente, trattandosi di attività distinte e, sotto questo profilo, autonome, sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nelle rispettive gestioni. Pertanto, deve ritenersi che ognuna delle due distinte attività debba essere valutata, ai fini dell’esistenza dell’obbligo contributivo secondo gli ordinari criteri, cosicché la sussistenza di un’attività comportante l’obbligo contributivo nei confronti della Gestione commercianti va valutata con i criteri che le sono propri (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996).
Orbene, la verifica della sussistenza dei requisiti di legge per tale “coesistenza” è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, potendo assumere rilevanza ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni. Quanto all’onere probatorio, che secondo le ordinarie regole grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo, esso deve essere compiutamente assolto.
Nel caso di specie, però, ciò non si concretizzava in quanto la Corte aveva correttamente rilevato che l’attività svolta dal socio implicava l’espletamento presso la SRL di compiti riconducibili al ruolo gestorio da questi ricoperto, contestualmente all’espletamento di analogo incarico presso altre società, escludendo, con accertamento di fatto in alcun modo investito di censura, l’obbligo del medesimo all’iscrizione presso la Gestione commercianti.

Precisazioni sull’esclusione opzionale dal massimale contributivo

Si forniscono ulteriori istruzioni sull’esclusione opzionale dal massimale contributivo dei lavoratori che prestano servizio in settori in cui non sono attive forme di previdenza complementare compartecipate dal datore di lavoro.

I dipendenti delle PA non possono esercitare l’opzione per l’esclusione dal massimale contributivo annuo nel caso in cui, in assenza di forme pensionistiche di settore, le stesse, comprese le Autorità indipendenti, abbiano istituito forme di previdenza per il proprio personale, con una quota di contribuzione a proprio carico, che integrano il trattamento di previdenza obbligatorio ai fini IVS.
I lavoratori che hanno esercitato l’opzione (articolo 21, DL n. 4/2019), e si avvalgono successivamente di forme di previdenza complementare compartecipate dal datore, in ragione di nuove previsioni legislative o contrattuali, saranno nuovamente assoggettati al massimale contributivo (articolo 2, comma 18, della legge n. 335/1995). L’applicazione del massimale decorre dal mese in cui si producono gli effetti dell’adesione alle suddette forme di previdenza, fatta eccezione per i lavoratori che abbiano acquisito nel frattempo lo status di “vecchio iscritto”.
I lavoratori assunti dal 1.1.1996 che acquisiscano, mediante domanda di riscatto del corso legale di laurea, anzianità contributiva pregressa a detta data, non sono soggetti all’applicazione del massimale annuo della base contributiva e pensionabile di cui al citato articolo 2, comma 18, a partire dal mese successivo a quello di presentazione della domanda di riscatto. L’acquisizione da parte dell’interessato dello status di “vecchio iscritto” è, tuttavia, subordinata, comunque, all’assolvimento del relativo onere economico (pagamento di almeno una rata), in mancanza del quale il lavoratore viene considerato nuovamente come “nuovo iscritto”, con conseguente applicazione con effetto retroattivo del massimale.
Nel caso di esercizio dell’opzione, il massimale contributivo è disapplicato a decorrere dal periodo retributivo successivo alla data dell’opzione, fermo restando il ripristino retroattivo del massimale nelle ipotesi in cui l’Istituto accerti la mancanza dei requisiti previsti dal decreto medesimo.
Dunque, l’iscritto, che abbia già prodotto una domanda di riscatto ancora in lavorazione ovvero che non abbia ancora provveduto al pagamento di almeno una rata dell’onere economico, può comunque esercitare l’opzione in parola. Tale esercizio non può essere interpretato come rinuncia alla domanda di riscatto in corso in quanto la prestazione di riscatto presenta una causa autonoma e non riconducibile alle finalità dell’opzione, di talché non si ravvisa incompatibilità tra le istanze.
Nell’ipotesi di revoca dell’istanza di riscatto o di mancato pagamento della prima rata di onere, il lavoratore, pur configurandosi nuovamente come “nuovo iscritto”, ha comunque diritto alla disapplicazione del massimale dal periodo retributivo successivo all’esercizio legittimo dell’opzione prevista. In questo caso, considerato che il ripristino dello status di “nuovo iscritto” determina l’applicazione retroattiva del massimale contributivo, il datore di lavoro è tenuto a sostituire i dati delle denunce contributive, riferite al periodo intercorrente dal mese successivo alla data di presentazione della domanda di riscatto di laurea al mese di esercizio dell’opzione.
L’invio delle denunce contributive a sostituzione consentirà, poi, il recupero dell’eventuale contribuzione versata in misura maggiore, fermo restando il termine prescrizionale ordinario di dieci anni previsto per le ipotesi di indebito oggettivo.
È onere del lavoratore informare il datore dell’esercizio della facoltà di riscatto, della revoca della domanda o dell’eventuale mancato pagamento della prima rata, nonché del non accoglimento della domanda stessa, affinché quest’ultimo possa adempiere correttamente agli obblighi contributivi.

Inps, le indicazioni sul riscatto dei periodi non coperti da contribuzione

Con circolare n. 106 del 25 luglio 2019, l’Inps fornisce indicazioni per l’applicazione della disciplina relativa al nuovo istituto del riscatto di periodi non coperti da contribuzione.

Come noto, ai sensi dell’art. 20, commi da 1 a 5, del D.L. 4/2019 (convertito in L. n. 26/2019) è stata riconosciuta la facoltà di riscatto dei periodi non coperti da contribuzione, in favore degli iscritti all’AGO per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti dei lavoratori dipendenti ed alle forme sostitutive ed esclusive della medesima, nonché alle Gestioni speciali dei lavoratori autonomi e alla Gestione separata (art. 2, co. 26, L. n. 335/1995), privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 e non già titolari di pensione. Nello specifico, è richiesta dunque la sussistenza dei seguenti requisiti:
– iscrizione dell’interessato in uno dei regimi previdenziali richiamati, condizione che si intende verificata in presenza di almeno un contributo obbligatorio nella gestione pensionistica in cui è esercitata la facoltà di riscatto, versato in epoca precedente alla data di presentazione della domanda;
– mancanza di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995. A tal fine, va verificata qualsiasi tipologia di contribuzione (obbligatoria, figurativa, da riscatto) accreditata anteriormente alla data del 1° gennaio 1996, in qualsiasi gestione pensionistica obbligatoria (comprese le Casse per i liberi professionisti) o acquisita nel regime previdenziale dell’Unione europea o nei singoli regimi previdenziali dei vari Stati membri o Paesi convenzionati;
– non essere già titolare di un trattamento pensionistico diretto, in qualsiasi gestione pensionistica obbligatoria.
Il periodo non coperto da contribuzione può essere ammesso a riscatto nella misura massima di cinque anni, anche non continuativi, e deve naturalmente collocarsi in epoca successiva al 31 dicembre 1995 e precedente al 29 gennaio 2019. Il periodo, o parte di esso, può essere anche anteriore alla data del primo contributo o successivo a quella dell’ultimo, purché riferito al medesimo anno del contributo iniziale o finale, sempreché sia compreso nell’intervallo 1° gennaio 1996 – 28 gennaio 2019. Per individuare il primo e l’ultimo contributo si escludono le Casse per i liberi professionisti e gli ordinamenti previdenziali di Stati esteri. Non è richiesto che il primo e l’ultimo contributo, da prendere a riferimento per collocare il periodo da riscattare, siano versati o accreditati nella stessa gestione in cui si intenda esercitare la facoltà di riscatto. Il periodo da ammettere a riscatto non deve essere coperto da contribuzione obbligatoria, figurativa, volontaria o da riscatto, non solo presso il Fondo cui è diretta la domanda stessa, ma anche in qualsiasi forma di previdenza obbligatoria (comprese le Casse per i liberi professionisti e il regime previdenziale dell’Unione europea o i singoli regimi previdenziali dei vari Stati membri o Paesi convenzionati). Sono riscattabili soltanto i periodi “non soggetti a obbligo contributivo”; ne consegue che la facoltà di riscatto non può essere esercitata per recuperare periodi di svolgimento di attività lavorativa con obbligo del versamento contributivo, anche nei casi in cui tale obbligo sia già prescritto. In tali ipostesi, vanno attivati gli istituti già previsti nelle singole gestioni previdenziali, quali la regolarizzazione contributiva o, in caso di maturazione della prescrizione, la costituzione di rendita vitalizia (art. 13, L. 12 agosto 1962, n. 1338). I periodi oggetto di riscatto sono parificati a periodi di lavoro e l’anzianità contributiva acquisita è utile ai fini del conseguimento del diritto a pensione e per la determinazione della relativa misura.
I periodi sono necessariamente valutati secondo il “sistema contributivo” e quindi l’onere relativo è determinato con il meccanismo del calcolo a “percentuale” (art. 2, co. 5, D.Lgs. n. 184/1997), applicando l’aliquota contributiva di finanziamento in vigore alla data di presentazione della domanda nella gestione pensionistica ove opera il riscatto. La base di calcolo dell’onere è costituita dalla retribuzione assoggettata a contribuzione nei dodici mesi meno remoti rispetto alla data della domanda ed è rapportata al periodo oggetto di riscatto. Detta retribuzione è attribuita temporalmente e proporzionalmente ai periodi riscattati.
La domanda di riscatto può essere presentata dal 29 gennaio 2019 e fino al 31 dicembre 2021, dal diretto interessato o dal suo superstite o, entro il secondo grado, dal suo parente e affine. In tutte le ipotesi, l’onere versato è detraibile dall’imposta lorda nella misura del 50%, con una ripartizione in cinque quote annuali costanti e di pari importo nell’anno di sostenimento e in quelli successivi. Per i lavoratori del settore privato, la domanda di riscatto può essere presentata anche dal datore di lavoro dell’assicurato, nel corso del rapporto e destinando, a tal fine, i premi di produzione spettanti al lavoratore. In tal caso, l’onere versato è deducibile dal reddito di impresa o da lavoro autonomo, nonchè ai fini della determinazione dei redditi da lavoro dipendente (art. 51, co. 2, lett. a), D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917).
Nei casi in cui la domanda sia presentata dal parente o affine o dal datore di lavoro, è necessario che sia acquisito il consenso del soggetto interessato; senza la predetta adesione, la relativa domanda è irricevibile. La domanda deve essere presentata, esclusivamente in via telematica, attraverso uno dei seguenti canali:
– WEB, tramite i servizi on-line dedicati, accessibili dal cittadino munito di PIN dispositivo, SPID almeno di Livello 2 o CNS, dal sito Internet dell’Istituto attraverso i seguenti percorsi: per i riscatti nelle gestioni dei dipendenti privati, “Prestazioni e servizi” > “Tutti i servizi” > “Riscatto di periodi contributivi”; per i riscatti nelle gestioni dei dipendenti pubblici, “Prestazioni e servizi” > “Tutti i servizi” > “Gestione dipendenti pubblici: servizi per Lavoratori e Pensionati”;
– Contact Center multicanale, se in possesso di PIN;
– Patronati e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi, anche se non in possesso di PIN.
Nel caso di presentazione della domanda da parte del datore di lavoro, dei parenti e affini entro il secondo grado, in attesa dell’implementazione della procedura per l’invio telematico, le domande devono essere presentate utilizzando il modulo cartaceo reperibile sul sito istituzionale.
L’onere di riscatto può essere versato in unica soluzione ovvero in rate mensili, ciascuna di importo non inferiore a 30,00 euro, senza applicazione di interessi. Il numero massimo di rate riconoscibili è pari a 120 mensili. Alla data del saldo dell’onere, si provvede all’accredito del periodo riscattato. In caso di interruzione del versamento dell’onere è comunque riconosciuto l’accredito di un periodo contributivo di durata corrispondente all’importo versato. La rateizzazione dell’onere non può essere concessa nei casi in cui i contributi da riscatto debbano essere utilizzati per la immediata liquidazione di una pensione diretta o indiretta o nel caso in cui gli stessi siano determinanti per l’accoglimento di una domanda di autorizzazione ai versamenti volontari.

CdS difensivi conclusi entro il 31 dicembre 2018, le indicazioni Inps per il recupero dello sgravio

Con messaggio n. 2732 del 17 luglio 2019, l’Inps fornisce le indicazioni operative per il recupero dello sgravio contributivo in favore delle imprese che hanno stipulato contratti di solidarietà difensivi, destinatarie dei decreti direttoriali di autorizzazione, con periodi di solidarietà conclusi entro il 31 dicembre 2018.

Come noto, in favore delle imprese che stipulino contratti di solidarietà “difensivi” accompagnati da Cigs (art. 1, D.L. n. 726/1984 e art. 21, co. 1, lett. c), D.Lgs. n. 148/2015) è prevista una riduzione nella misura del 35% della contribuzione a carico del datore di lavoro, con riferimento ai lavoratori interessati da una riduzione dell’orario di lavoro in misura superiore al 20% (art. 6, co. 4, D.L. n. 510/1996; artt. 1 e 2, D.M. n. 2 del 27 settembre 2017). Il beneficio è riconosciuto su istanza dell’impresa, con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, per un periodo massimo di 24 mesi nel quinquennio mobile. L’istanza deve recare l’importo della riduzione contributiva richiesta e il codice pratica relativo alla domanda di integrazione salariale per contratto di solidarietà presentata attraverso la procedura telematica “Cigs on line”. Unitamente all’istanza, l’impresa produce l’elenco nominativo dei lavoratori, contenente per ciascun lavoratore la percentuale di riduzione oraria applicata che sia superiore al 20%. L’istanza, firmata digitalmente e prodotta in bollo, è inoltrata esclusivamente a mezzo PEC, alla Direzione generale degli ammortizzatori sociali e incentivi all’occupazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, secondo la modulistica e con le modalità operative indicate nell’apposita sezione del sito internet “www.lavoro.gov.it”. Le istanze sono istruite in base all’ordine cronologico di presentazione.
In caso di accoglimento, ai fini della concreta fruizione del beneficio, il datore di lavoro è tenuto ad attivarsi nei confronti della Sede territoriale Inps, la quale, accertata sulla base della documentazione prodotta dall’azienda (decreto direttoriale di ammissione al beneficio) la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della riduzione contributiva, provvede ad attribuire alla posizione aziendale il codice di autorizzazione “1W”, recante il significato di “Azienda che ha stipulato contratti di solidarietà accompagnati da CIGS, ammessa alla fruizione delle riduzioni contributive ex DL 510/1996 e ss.mm.ii. ai sensi del D.I. 27 settembre 2017, n. 2”.
Le imprese interessate, dal canto loro, per esporre nel flusso Uniemens le quote di sgravio spettanti per il periodo autorizzato, valorizzano all’interno di <DenunciaAziendale>, <AltrePartiteACredito>, i seguenti elementi:
– nell’elemento<CausaleACredito>, il codice causale già in uso “L942”, avente il significato di “Arretrato conguaglio sgravio contributivo per i CdS stipulati ai sensi dell’articolo 1 del DL 30 ottobre 1984, n. 726 (L. n. 863/1984), nonché dell’articolo 21, comma 1, lett. c), del D.Lgs n. 148/2015, anno 2017”;
– nell’elemento <ImportoACredito>, il relativo importo.
Le predette operazioni di conguaglio vanno effettuate entro il 16 ottobre 2019 (terzo mese successivo a quello di pubblicazione del messaggio).

Rendita vitalizia ed esistenza del rapporto di lavoro: inammissibile una sentenza come prova scritta

Ai fini della costituzione della rendita vitalizia, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova (Corte di Cassazione, sentenza 27 maggio 2019, n. 14416).

Una Corte d’appello territoriale, in riforma della decisione del Tribunale di prime cure, aveva rigettato la domanda proposta da un lavoratore nei confronti dell’ex datore di lavoro, intesa alla costituzione di una rendita vitalizia corrispondente alla copertura di un periodo di omissione contributiva. La Corte territoriale aveva osservato essere carente la prova scritta del rapporto di lavoro (art. 13, L. n. 1338/1962), non potendo essere qualificata tale una diversa sentenza del Tribunale, già pronunciata tra le medesime parti del rapporto di lavoro e passata in giudicato, che aveva appunto accertato l’esistenza del rapporto subordinato, giacché tale sentenza era fondata su prove testimoniali.
Il medesimo lavoratore ricorre così in Cassazione, evidenziando che la precedente sentenza di accertamento del rapporto di lavoro dipendente, posta a fondamento della domanda di rendita, dava atto della stipulazione tra le parti di cinque contratti di lavoro, che rappresentavano i documenti di data certa richiesti ai fini della prova del rapporto.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. L’art. 13 della L. n. 1338/1962 dispone, infatti, che il datore di lavoro che abbia omesso di versare contributi per l’assicurazione obbligatoria IVS e che non possa più versarli per sopravvenuta prescrizione, può chiedere all’Inps di costituire una rendita vitalizia reversibile pari alla pensione o quota di pensione che spetterebbe al lavoratore dipendente in relazione ai contributi omessi. Il datore di lavoro è ammesso ad esercitare la predetta facoltà previa esibizione all’Inps di documenti di data certa, dai quali possano evincersi la effettiva esistenza e la durata del rapporto di lavoro, nonché la misura della retribuzione corrisposta al lavoratore interessato. Il lavoratore, quando non possa ottenere dal datore di lavoro la costituzione della rendita, può egli stesso sostituirsi al datore di lavoro, salvo il diritto al risarcimento del danno, a condizione che fornisca all’Inps le prove del rapporto di lavoro e della retribuzione. Al riguardo, poi, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della predetta norma nella parte in cui, salva la necessità della prova scritta sulla esistenza del rapporto di lavoro da fornirsi dal lavoratore, non consente di provare altrimenti la durata del rapporto e l’ammontare della retribuzione (sentenza n. 568/1989). Secondo la Consulta, il Legislatore ha voluto impedire che si creassero posizioni assicurative fittizie, ma ciò non può, di fatto, rendere la relativa prova talmente difficoltosa da vanificare detto riconoscimento o quanto meno da farlo diventare inattuabile.
Orbene, tali principi sono stati fatti propri dalle Sezioni unite della Cassazione (sentenza 18 gennaio 2005, n. 840), per cui la dimostrazione dell’effettiva esistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato, fin da prima della formale costituzione del rapporto, deve essere necessariamente fornita con la prova documentale, mentre la durata del rapporto di lavoro può essere provata con ogni mezzo, ma sempre circoscritta al caso in cui il documento comprovi l’avvenuta costituzione di un rapporto a partire dalla medesima epoca. Deve, dunque, continuare ad escludersi che la prova della subordinazione possa essere desunta anche in forza di un ragionamento presuntivo, stante l’estrema difficoltà di provare in modo diretto tutti gli elementi tipici della subordinazione. E ciò perché, quando per legge o per volontà delle parti sia prevista, per un certo atto o contratto, la forma scritta, sia essa ad substantiam o ad probationem, tanto la prova testimoniale quanto quella per presunzioni che abbiano ad oggetto, implicitamente o esplicitamente, l’esistenza dell’atto o del contratto sono inammissibili, salvo che la detta prova non sia volta a dimostrare la perdita incolpevole del documento. In altri termini, ai fini della costituzione della rendita, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova. Diversamente, il divieto posto dalla legge risulterebbe sin troppo facilmente eludibile, pervenendosi alla prova, ma non documentale e rigorosa come richiesto dalla legge, con un previo excursus giudiziario.

Locazione di immobili di proprietà: mero godimento o attività imprenditoriale

L’attività di mera riscossione dei canoni di affitto di un immobile di proprietà, non costituisce di norma attività d’impresa e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo a carico del socio di cui difettino i presupposti (Corte di Cassazione, ordinanza 15 luglio 2019, n. 18934)

Una Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’appello proposto dall’Inps, confermando l’accoglimento dell’opposizione proposta da un socio amministratore di SRL contro due avvisi di addebito aventi ad oggetto il pagamento di contributi in favore della Gestione commercianti. La Corte territoriale, nello specifico, aveva ritenuto insussistenti le condizioni per l’iscrizione dell’opponente, in qualità di socio amministratore di alcune società a responsabilità limitata, nella Gestione commercianti dell’Inps, posto che l’unica attività svolta dalle società era quella di riscossione di canoni di locazione, che non configura esercizio di attività commerciale in quanto inerisce al mero godimento di beni immobili.
L’Inps propone così ricorso in Cassazione, ritenendo che dal quadro normativo complessivo e dalle circostanze di fatto acquisite al processo, emergeva evidente la natura imprenditoriale e non già di mero godimento dell’attività svolta dalla società, in assenza di prova contraria offerta dall’opponente.
Per la Suprema Corte il ricorso è inammissibile. Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione commercianti è che sia provato lo svolgimento di un’attività commerciale (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996), tuttavia, nel caso di specie, le società a responsabilità limitata di cui il controricorrente era socio non svolgevano attività diretta all’acquisto ed alla gestione di beni immobili, bensì la sola attività di riscossione dei canoni di locazione degli immobili di cui erano proprietarie.
Diviene così irrilevante la circostanza che l’attività di gestione fosse svolta esclusivamente dal socio unico, o che questi non svolgesse altra attività lavorativa o, ancora, che non vi fossero dipendenti, così come non assume valore decisivo la mancanza di prova contraria, idonea ad escludere la presunzione normativa di esercizio di attività imprenditoriale ricollegabile, secondo l’assunto dell’Inps, alla circostanza che la società fosse costituita in forma diversa da quella semplice. L’attività di mera riscossione dei canoni di un immobile affittato non costituisce di norma attività d’impresa, indipendentemente dal fatto che ad esercitarla sia una società commerciale (Corte di Cassazione, ordinanza n. 3145/2013), salvo che si dia prova che costituisca attività commerciale di intermediazione immobiliare (Corte di Cassazione, sentenza n. 845/2010), e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo di cui difettino i presupposti.
Del resto, sotto tale aspetto, sebbene con riferimento alle società in accomandita semplice, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’Inps.

Procedura di esodo incentivato con riscatto diretto a carico del datore dei periodi contributivi

Si forniscono precisazioni sulla procedura di esodo incentivato con riscatto diretto a carico del datore di lavoro dei periodi contributivi aggiuntivi idonei al conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia.

La Legge di bilancio 2017 ha previsto, per il triennio 2017-2019, il ricorso all’assegno straordinario per il sostegno al reddito in favore dei dipendenti del settore del credito ordinario e del credito cooperativo. Con apposito decreto il Ministero del lavoro ha disposto che il Fondo di solidarietà per la riconversione e riqualificazione professionale, per il sostegno dell’occupazione e del reddito del personale del credito ed il Fondo di solidarietà per il sostegno dell’occupabilità, dell’occupazione e del reddito del personale del credito cooperativo, provvedono nei confronti dei lavoratori che raggiungono i requisiti previsti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato nei successivi sette anni, anche al versamento degli oneri correlati a periodi, utili per il conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia, riscattabili o ricongiungibili, precedenti all’accesso ai predetti Fondi di solidarietà. Gli oneri corrispondenti ai periodi riscattabili o ricongiungibili sono versati a tali Fondi dai datori e costituiscono specifica fonte di finanziamento.
Relativamente alla natura facoltativa dell’esercizio di detto riscatto, una volta avviate le procedure per ridurre il personale con incentivo agli esodi volontari, in termini generali occorre considerare che il riscatto ai fini pensionistici è un istituto attivabile a discrezione del diretto interessato, con onere a proprio carico, per valorizzare ai fini pensionistici determinati periodi espressamente previsti dalla legge e scoperti da contribuzione. Il riscatto, in quanto tale, ha dunque natura di vero e proprio negozio bilaterale, i cui effetti giuridici discendono dalla volontà di entrambe le parti, ossia l’ente previdenziale e l’assicurato. Detta operazione è attivata previa presentazione di apposita domanda del lavoratore interessato, da cui prende avvio il procedimento amministrativo rivolto all’accertamento dei requisiti di legge e che si conclude con una proposta di riscatto da parte dell’Istituto previdenziale; l’accettazione del medesimo interessato è rimessa alla preventiva valutazione da parte di quest’ultimo in ordine alla convenienza dell’operazione, anche in ragione dell’entità dell’onere quantificato.
Ebbene, sia le disposizioni relative alla legge di bilancio 2017 sia il DM suddetto sono state introdotte con la finalità di offrire ai datori del settore del credito ordinario e del credito cooperativo un particolare strumento per la gestione di situazioni occupazionali che avrebbero potuto generare eccedenze di personale. Tali misure, inoltre – che dovrebbero consentire la gestione non traumatica di potenziali esuberi – trovano la loro concreta attuazione entro un percorso di confronto sindacale, che consenta di contemperare nel modo più efficace le esigenze dei lavoratori potenzialmente interessati con quelle del datore. In particolare, la fattispecie introdotta dalla legge di bilancio non prevede alcun obbligo da parte dei datori di esercitare la domanda di riscatto a beneficio dei propri dipendenti, né sono individuati requisiti specifici per l’accesso all’assegno straordinario. Infatti, ai fini del conseguimento della pensione anticipata o di vecchiaia entro il periodo massimo di fruizione di tale prestazione, si prevede l’erogazione del predetto assegno, a carico della gestione previdenziale di appartenenza, al perfezionamento dei requisiti minimi contributivi e anagrafici, richiesti al momento del pensionamento.
Dunque, l’accesso alla prestazione straordinaria da parte di un’azienda destinataria del Fondo di solidarietà di settore è subordinato all’osservanza della relativa procedura, la cui attivazione avviene in attuazione di appositi accordi collettivi tra datori di lavoro e organizzazioni sindacali. Nell’ambito di detto accordo saranno definiti i termini e le modalità per la concreta attuazione della procedura di esodo, in relazione da un lato ai criteri di individuazione dei lavoratori potenzialmente interessati e, dall’altro, alla sostenibilità del piano incentivante da parte dell’azienda.
Successivamente il datore può presentare tale accordo alla competente sede INPS, che provvederà a verificare l’esistenza dei requisiti previsti per l’accesso alla prestazione straordinaria, nonché l’effettiva cessazione del rapporto di lavoro.

Contributi Inps, l’impugnazione del verbale inibisce l’iscrizione a ruolo ma non implica decadenza

La non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale permane qualora l’accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda, sia impugnato davanti all’autorità giudiziaria e sino a quando non vi sia il provvedimento esecutivo del giudice. Ciò, tuttavia, non esonera il giudice dell’opposizione dall’esaminare il merito della pretesa, con la conseguenza che gli eventuali vizi formali della cartella esattoriale opposta comportano soltanto l’impossibilità per l’Inps di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fanno decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito (Corte di Cassazione, ordinanza 08 luglio 2019, n. 18280)

Una Corte d’appello, riformando la sentenza di primo grado, aveva dichiarato inefficaci le cartelle esattoriali opposte e relative al pagamento della contribuzione presso la Gestione commercianti, in relazione all’attività svolta in favore della società di cui il ricorrente stesso era socio e amministratore unico. La Corte aveva accertato che la notifica di tali cartelle era avvenuta in pendenza di una opposizione a verbale di accertamento proposta dal medesimo soggetto, per cui l’iscrizione a ruolo era inefficace in quanto non preceduta da autorizzazione del giudice ed in mancanza di espressa richiesta da parte dell’Inps di accertamento del credito.
Ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando che la sentenza impugnata, erroneamente, non ha considerato che l’Istituto aveva proposto domanda di condanna al pagamento dei contributi dovuti, sia nella costituzione in giudizio che nella memoria di secondo grado, mentre la Corte di merito si era limitata a dichiarare l’inefficacia delle cartelle.
Ai sensi dell’art. 24, co. 3, del D.Lgs. n. 46/1999, la non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale permane qualora l’accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda, sia impugnato davanti all’autorità giudiziaria, e sino a quando non vi sia il provvedimento esecutivo del giudice. Ciò, tuttavia, non esonera il giudice dell’opposizione avverso la cartella esattoriale dall’esaminare il merito della pretesa creditoria (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 6 agosto 2012, n. 14149), con la conseguenza che gli eventuali vizi formali della cartella esattoriale opposta comportano soltanto l’impossibilità, per l’Istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fanno decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 19 gennaio 2015, n. 774).
Dunque, l’opposizione alla cartella esattoriale finalizzata ad accertare che il credito non esiste in tutto o in parte, introduce un ordinario giudizio di cognizione avente ad oggetto il rapporto previdenziale; in tale ipotesi, l’Inps, anche in presenza di illegittima iscrizione a ruolo dei crediti e nell’impossibilità di avvalersi del suddetto titolo esecutivo, può chiedere la condanna al corrispondente adempimento nel medesimo giudizio, senza che ne risulti mutata la domanda (Corte di Cassazione, sentenza n. 3486/2016) e senza necessità di proporre quindi domanda riconvenzionale. Del resto, la cartella esattoriale non costituisce un atto amministrativo, ma un atto della procedura di riscossione del credito (i cui motivi sono già stati indicati e la cui liquidazione è già stata effettuata nei verbali di accertamento redatti dagli ispettori e notificati alle parti) per cui se all’esito del giudizio di opposizione il credito contributivo viene accertato in misura inferiore a quella azionata dall’Istituto, il giudice deve non già accogliere “sic et simpliciter” l’opposizione, ma condannare l’opponente a pagare la minor somma (Corte di Cassazione, sentenza n. 13982/07).
Nel caso di specie, tuttavia, la Corte d’appello ha escluso che fosse stata introdotta un’opposizione nel merito della pretesa contributiva e, quindi, ha limitato l’ambito del proprio giudizio alla sola verifica della legittimità dell’azione esecutiva di riscossione. Tanto premesso, il motivo addotto non può superare il vaglio di ammissibilità in quanto non contiene l’esatta riproduzione degli atti processuali dai quali il giudice di legittimità può trarre il convincimento che l’opposizione era stata proposta anche per ragioni di merito, non essendo sufficiente la mera affermazione che l’Inps aveva proposto domanda, reiterata finanche nella memoria di secondo grado, di condanna del lavoratore al pagamento dei contributi dovuti per il periodo in contestazione.

Revisione delle tariffe INAIL e altre disposizioni in materia previdenziale nella L. n. 58/2019

L’articolo 3-sexies, DL n. 34/2019 convertito con modificazioni inL. n. 58/2019 – inserito durante l’esame presso la Camera – estende a regime, a decorrere dal 2023, un meccanismo di riduzione dei premi e contributi per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali già previsto per gli anni 2019-2021 (resta escluso l’anno 2022) e sopprime alcune modifiche alla disciplina sulla tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, inserite dalla L. 30 dicembre 2018, n. 145.

Ai fini della messa a regime, dall’anno 2023, della revisione delle tariffe dei premi e contributi dovuti all’INAIL per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, di cui all’articolo 1, comma 1121, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, garantendone la vigenza anche per il periodo successivo al 31 dicembre 2021, con esclusione dell’anno 2022, in aggiunta alle risorse indicate nell’articolo 1, comma 128, della legge n. 147 del 2013, si tiene conto dei seguenti maggiori oneri e minori entrate, valutati in 630 milioni di euro per l’anno 2023, 640 milioni di euro per l’anno 2024, 650 milioni di euro per l’anno 2025, 660 milioni di euro per l’anno 2026, 671 milioni di euro per l’anno 2027, 682 milioni di euro per l’anno 2028, 693 milioni di euro per l’anno 2029, 704 milioni di euro per l’anno 2030 e 715 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2031.
L’articolo 3-sexies, inoltre, come accennato, sopprime alcune modifiche alla disciplina sulla tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali introdotte – con decorrenza dal 2019 – dalla L. n. 145 del 2018. Le novelle ora oggetto di soppressione riguardano il rapporto tra gli indennizzi corrisposti dall’INAIL e il risarcimento ulteriore del danno nonché le azioni di regresso o di surrogazione, da parte dell’INAIL, verso il datore di lavoro o verso l’impresa di assicurazione – nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore e i natanti.

L’articolo 16-quinquies, invece, anch’essointrodotto durante l’esame presso la Camera, interviene sulla disciplina della definizione agevolata dei carichi fiscali e contributivi per i contribuenti in difficoltà economica contenuta nella legge di bilancio 2019. Il DL Crescita, in sede di conversione aggiunge infatti che le disposizioni del comma 185, art. 1, L. n. 145/2018 si applicano ai debiti derivanti dall’omesso versamento dei contributi dovuti dagli iscritti alle casse previdenziali professionali, previe apposite delibere delle medesime casse, approvate ai sensi del comma 2 dell’articolo 3 del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, pubblicate nei rispettivi siti internet istituzionali entro il 16 settembre 2019 e comunicate, entro la stessa data, all’agente della riscossione mediante posta elettronica certificata.