Attività libero professionale ed iscrizione alla gestione separata Inps

Gli ingegneri e gli architetti, che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie e che non possano conseguentemente iscriversi all’INARCASSA, rimanendo obbligati verso quest’ultima soltanto al pagamento del contributo integrativo in quanto iscritti agli albi, sono tenuti comunque ad iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS.

La Corte d’appello di Caltanissetta, accogliendo il solo motivo d’appello relativo all’avvenuta prescrizione del credito contributivo preteso, ha dichiarato il professionista non tenuto all’iscrizione alla gestione separata INPS, con obbligo di pagamento dei contributi dovuti alla medesima gestione, in relazione all’attività libero professionale, svolta nell’anno 2006, in concomitanza con l’attività di lavoro dipendente per la quale lo stesso professionista era iscritto presso altra gestione assicurativa obbligatoria.
Contro tale pronuncia l’INPS ha proposto ricorso per cassazione. Con l’unico motivo di censura, l’Istituto ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2, comma 26, I. n. 335/1995, e dell’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011, per avere la Corte di merito ritenuto che non sussista alcun obbligo di iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS a carico degli ingegneri e degli architetti che, pur esercitando abitualmente la libera professione, non possano iscriversi all’INARCASSA per essere contemporaneamente iscritti presso altra gestione previdenziale obbligatoria.
Secondo la Cassazione, il motivo risulta fondato, essendosi consolidato il principio di diritto secondo cui gli ingegneri e gli architetti, che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie e che non possano conseguentemente iscriversi all’INARCASSA, rimanendo obbligati verso quest’ultima soltanto al pagamento del contributo integrativo in quanto iscritti agli albi, sono tenuti comunque ad iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS, in quanto la ratio universalistica delle tutele previdenziali cui è ispirato l’art. 2, comma 26, L. n. 335/1995, induce ad attribuire rilevanza, al solo versamento di contributi suscettibili di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata prestazione previdenziale, ciò che invece non può dirsi del c.d. contributo integrativo, in quanto versamento effettuato da tutti gli iscritti agli albi in funzione solidaristica.
Non essendosi la Corte di merito conformata al sudetto principio di diritto, la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata per nuovo esame alla Corte d’appello di Palermo che dovrà accertare se sussistano gli estremi per l’iscrizione presso la Gestione separata tenendo conto del fatto che l’obbligo di cui all’art. 2, co. 26, L. n. 335/1995, è genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante non solo dall’esercizio abituale (ancorché non esclusivo), ma anche occasionale (entro il limite monetario indicato dall’art. 44, co. 2, di. n. 269/2003, conv. con I. n. 326/2003) di un’attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco, anche se il medesimo soggetto svolge altra diversa attività per cui risulta già iscritto ad altra gestione.
Al giudice del rinvio è pure demandata la verifica dell’eventuale prescrizione del credito contributivo posto che non si è formato il giudicato interno sulla questione di prescrizione avendo la sentenza impugnata dichiarato non prescritto un credito ritenuto insussistente.

Accertamento giudiziale della posizione previdenziale: necessario il litisconsorzio tra Inps e datore

Il lavoratore ha facoltà di chiedere in giudizio l’accertamento dell’obbligo contributivo del datore di lavoro e la sua condanna al versamento dei contributi nei confronti dell’Ente previdenziale, purchè anche il medesimo Ente sia stato convenuto in giudizio e per i contributi non sia sopraggiunta la prescrizione (Corte di Cassazione, ordinanza 30 maggio 2019, n. 14853)

Una Corte d’appello territoriale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di prime cure, aveva accolto la domanda di un lavoratore il quale chiedeva che venisse accertata la sussistenza del rapporto di lavoro intercorso per un dato periodo con una Società, con la conseguente condanna di quest’ultima al pagamento delle differenze retributive ed alla regolarizzazione della posizione contributiva.
Ricorre così in Cassazione la Società, contestando che Corte territoriale avesse erroneamente condannato la Società a regolarizzare la posizione contributiva del lavoratore senza aver disposto l’integrazione del contraddittorio nei confronti dell’Inps.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Secondo costante orientamento, infatti, l’interesse del lavoratore al versamento dei contributi previdenziali di cui sia stato omesso il pagamento integra un diritto soggettivo alla posizione assicurativa, che non si identifica con il diritto spettante all’Istituto previdenziale di riscuotere il proprio credito, ma è tutelabile mediante la regolarizzazione della propria posizione. Ne consegue che il lavoratore ha la facoltà di chiedere in giudizio l’accertamento dell’obbligo contributivo del datore di lavoro e sentirlo condannare al versamento dei contributi, che sia ancora possibile giuridicamente versare, nei confronti dell’ente previdenziale. Tuttavia, è necessario che entrambi siano stati convenuti in giudizio, atteso il carattere eccezionale della condanna a favore di terzo, che postula una espressa previsione, restando altrimenti preclusa la possibilità della condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi previdenziali a favore dell’ente previdenziale che non sia stato chiamato in causa.

NASpI e trattamenti pensionistici anticipati, il regime decadenziale

Con circolare n. 88 del giugno 2019, l’Inps illustra i profili decadenziali relativi al rapporto tra alcune prestazioni a sostegno del reddito e i trattamenti pensionistici anticipati (pensione “quota 100”, pensione anticipata, “opzione donna” e lavoratori precoci).

Come noto, in via sperimentale, ai soggetti che perfezionano un’età anagrafica non inferiore a 62 anni e un’anzianità contributiva non inferiore a 38 anni, nel periodo compreso tra il 2019 e il 2021, è attribuita la facoltà di conseguire il diritto alla pensione “quota 100”, con diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico trascorso il periodo previsto per l’apertura della “finestra”, diversificata in base al datore di lavoro ovvero alla gestione previdenziale a carico della quale è liquidato il trattamento pensionistico. Orbene, poiché tra le ipotesi di decadenza dalla fruizione dell’indennità NASpI, vi è il raggiungimento dei requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato, occorre distinguere a tal riguardo tra:
– soggetti che, pur perfezionando i requisiti per il pensionamento, non richiedono l’accesso al trattamento di pensione quota 100: per essi le domande di NASpI, ricorrendone i presupposti, devono essere accolte; parimenti, i medesimi soggetti, che si trovino in corso di fruizione della NASpI, non decadono da detta prestazione;
– soggetti che richiedono l’accesso al trattamento di pensione quota 100: per i soggetti che siano stati ammessi, la decadenza dalla NASpI opera dalla prima decorrenza utile della prestazione di pensione. Detto criterio comporta la reiezione delle domande di NASpI per le quali la fruizione dell’indennità dovrebbe decorrere contemporaneamente o successivamente alla prima decorrenza utile della pensione.
Con riferimento invece alle altre prestazioni a sostegno del reddito – indennità di mobilità ordinaria e in deroga, prestazioni integrative della NASpI e della mobilità e prestazioni di assegno emergenziale erogate dai fondi di solidarietà – la decadenza dalle medesime opera a far tempo dal primo giorno del mese in cui decorre il trattamento pensionistico.
Evidentemente, anche per i soggetti che maturano i requisiti contributivi per la pensione anticipata e che conseguono il diritto al trattamento trascorsi 3 mesi dalla maturazione dei predetti requisiti, è possibile fruire della NASpI fino alla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico.
Ed ancora, identico principio vale per le lavoratrici (“opzione donna”) che hanno maturato, entro il 31 dicembre 2018, un’anzianità contributiva minima di 35 anni e un’età anagrafica minima di 58 anni, se dipendenti, e di 59 anni, se autonome, che possono accedere alla pensione anticipata secondo le regole di calcolo del sistema contributivo, trascorsi:
– 12 mesi dalla data di maturazione dei requisiti, nel caso in cui il trattamento pensionistico sia liquidato a carico delle forme di previdenza dei lavoratori dipendenti;
– 18 mesi dalla data di maturazione dei requisiti, nel caso in cui il trattamento sia liquidato a carico delle gestioni previdenziali dei lavoratori autonomi.
Nel caso di lavoratori “precoci”, che prevedono una fase di riconoscimento dei requisiti distinta dall’accesso al beneficio, qualora i soggetti in questione, nelle more del completamento e della definizione dell’iter di riconoscimento delle condizioni, risultino fruitori del trattamento NASpI, la decadenza dalla suddetta prestazione opera dalla prima decorrenza utile del trattamento pensionistico anticipato. Diversamente, laddove tale decorrenza, indicata nella comunicazione di riconoscimento del beneficio, sia antecedente alla data di invio della comunicazione stessa e, alla medesima data, il beneficio pensionistico non sia stato ancora richiesto, la decadenza dalla NASpI opera dal primo giorno del mese successivo a quello in cui viene inviata, dall’Istituto, la comunicazione di riconoscimento di accesso al beneficio. Resta fermo che l’avvenuta erogazione del trattamento pensionistico rende, in ogni caso, incompatibile la percezione della NASpI.
Infine, nell’ipotesi di coesistenza del diritto all’indennità di disoccupazione NASpI ed all’assegno ordinario di invalidità, per cui è previsto il diritto di opzione tra trattamento di disoccupazione e quello di invalidità limitatamente al periodo di disoccupazione indennizzato, la titolarità dell’assegno ordinario, ancorché sospeso per opzione in favore della NASpI, non consente l’accesso alla pensione anticipata, sicché non ricorre la condizione per la decadenza dalla NASpI (ovvero, il raggiungimento dei requisiti per il pensionamento anticipato). Viceversa, in caso di raggiungimento del requisito per la pensione di vecchiaia, trova applicazione il regime decadenziale.

Omesso versamento ritenute previdenziali, la “particolare tenuità del fatto” può escludere la punibilità

La causa di non punibilità per “particolare tenuità del fatto” (art. 131-bis, co. 1, c.p.) è applicabile a tutte le tipologie di reato, incluso il reato di omesso versamento di ritenute previdenziali, per il quale è prevista una soglia di punibilità di 10.000 euro; in tale ambito, tuttavia, essa può essere applicata solo se gli importi omessi superano di poco l’ammontare di tale soglia, in considerazione del fatto che il grado di offensività che integra il reato è già stato valutato dal Legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale (Corte di Cassazione, sentenza 10 giugno 2019, n. 25537)

Una Corte di appello territoriale, in parziale riforma della pronuncia emessa dal Tribunale di primo grado, aveva ridotto la pena inflitta a un datore di lavoro, in relazione al reato di omesso versamento all’Inps delle ritenute assistenziali e previdenziali (art. 2, co. 1-bis, D.L. 12 settembre 1983, n. 463) operate sulle retribuzioni dei dipendenti per le mensilità da aprile a novembre 2011.
Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione l’imputato, lamentando che la causa di non punibilità (importo omesso non superiore ad euro 10.000) sarebbe stata esclusa in ragione della reiterazione delle condotte omissive, in netto contrasto con il recente indirizzo giurisprudenziale.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. Al riguardo, nei reati per i quali sia prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale (art. 131-bis, co. 1, c.p.). L’abitualità è sussistente, tra l’altro, laddove l’autore abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate (art. 131-bis, co. 3, c.p.). Di qui, la Corte di merito aveva negato al ricorrente tale causa di non punibilità sul presupposto della “reiterazione della condotta criminosa che induce a sottovalutare la contenuta entità del superamento della soglia di legge”.
Secondo invece l’orientamento consolidato, il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali si configura come una fattispecie connotata da una progressione criminosa nel cui ambito, superato il limite di legge, le ulteriori omissioni consumate nel corso del medesimo anno si atteggiano a momenti esecutivi di un reato unitario a consumazione prolungata, la cui definitiva cessazione coincide con la scadenza del termine previsto per il versamento dell’ultima mensilità, ovvero, con la data del 16 gennaio dell’anno successivo. Dunque, si tratta di reato unico che si consuma al superamento della soglia di euro 10.000,00 e per cui non è configurabile la reiterazione per ogni singolo omesso versamento nell’anno di riferimento. D’altra parte, la norma penale si riferisce evidentemente soltanto a quelle condotte che già di per sé costituiscono reato, anche isolatamente valutate. E comunque la causa di non punibilità per la “particolare tenuità del fatto” è applicabile a tutte le tipologie di reato, anche ai reati per i quali è prevista una soglia di punibilità. In tale ambito, tuttavia, la causa di non punibilità può essere applicata solo se gli importi omessi superano di poco l’ammontare di tale soglia (10.000,00 euro nel caso specifico), in considerazione del fatto che il grado di offensività che integra il reato è già stato valutato dal Legislatore nella determinazione della soglia di rilevanza penale.

Rendita vitalizia per i contributi omessi e prescritti: focus sui profili istruttori dell’istanza

Come noto, la costituzione della rendita vitalizia (art. 13, L. n. 1338/1962) consente, previa esibizione di prove rigorose, di versare un onere a copertura dei periodi di lavoro la cui contribuzione sia stata omessa e non sia recuperabile per il decorso dei termini di prescrizione. Orbene, con circolare n. 78/2019, l’Inps fornisce chiarimenti in merito all’istruttoria delle relative istanze, oltre ad un breve riepilogo delle norme che regolano l’istituto.

La costituzione della rendita vitalizia presuppone una omissione contributiva in relazione all’obbligo assicurativo per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti (IVS), che non sia più suscettibile di recupero da parte dell’Inps per maturata prescrizione. Oltre che ai rapporti di lavoro subordinato, l’istituto in parola è esteso a:
– familiari coadiuvanti e coadiutori dei titolari di imprese artigiane e commerciali;
– collaboratori del nucleo coltivatore diretto, diversi dal titolare, e collaboratori dei nuclei colonici e mezzadrili;
– coloro che pur essendo soggetti al regime di assicurazione obbligatoria nella Gestione separata, non sono però obbligati al versamento diretto della contribuzione, perché la propria quota è trattenuta e versata direttamente dal committente.
Tanto premesso, ai fini della costituzione di rendita vitalizia è necessario che siano presentati documenti di data certa dai quali possa evincersi l’effettiva esistenza del rapporto di lavoro, nonché la sua natura. La documentazione deve essere redatta all’epoca dello svolgimento del rapporto di lavoro o anche in epoca successiva, purché risalente rispetto all’epoca della domanda di rendita vitalizia,. Quale che sia la documentazione (a titolo esemplificativo, libretti di lavoro, benserviti, libri paga, etc.), essa deve avere sempre precisi requisiti di forma e di contenuto, al fine di evitare la costituzione di posizioni assicurative fittizie. In sostanza, l’esistenza del rapporto di lavoro deve apparire non verosimile, ma certa. La documentazione, datata e debitamente sottoscritta da colui che ne è l’autore, deve essere completa in ogni sua parte ed integra, priva di abrasioni, alterazioni o cancellazioni. Le dichiarazioni ora per allora non sono idonee a provare l’esistenza del rapporto di lavoro. La documentazione deve essere presentata in originale o copia debitamente autenticata da pubblico ufficiale. Non sono utilizzabili le attestazioni di conformità all’originale redatte dall’interessato, dal datore di lavoro o da altri soggetti privati. È ammessa tuttavia la dichiarazione sostitutiva del fatto che la copia di un atto o di un documento conservato o rilasciato da una Pubblica Amministrazione o la copia di titoli di servizio siano conformi all’originale.
L’omissione contributiva va dimostrata però fornendo anche la prova dell’effettivo svolgimento della prestazione lavorativa nel periodo per cui si chiede la costituzione della rendita, della qualifica posseduta e della misura della retribuzione. Fermo restando la prova dell’esistenza del rapporto sulla base di documenti aventi data certa, gli aspetti della durata, continuità della prestazione lavorativa e qualifica, possono essere dimostrati anche con “altri mezzi di prova”, tra i quali la testimonianza. Il testimone deve rappresentare fatti oggetto della propria percezione diretta e dunque deve anche attestare le ragioni di come sia venuto a conoscenza di tali fatti in modo da offrire elementi di riscontro. Possono essere valutate le dichiarazioni rilasciate da:
– dipendenti di appartenenza regolarmente assicurati nel periodo per il quale rendono testimonianza;
– datore di lavoro;
– familiari che siano titolari o collaboratori nell’impresa nel periodo oggetto di riscatto.
La dichiarazione testimoniale deve essere resa, con piena assunzione di responsabilità, anche di natura penale, dichiarando eventuali rapporti di coniugio, unione civile o convivenza, parentela, affinità, affiliazione, dipendenza con la parte interessata ovvero eventuali interessi nei fatti sui quali rende la propria dichiarazione. In ogni caso, la testimonianza non può essere utilizzata per provare la retrodatazione dell’inizio o la posticipazione della fine di un rapporto di lavoro, allorquando il documento che ne prova l’esistenza indica in modo non equivoco la data di inizio e fine.
Nel contesto dell’istruttoria di rendita vitalizia non è comunque possibile riconoscere l’esistenza o la durata di un rapporto di lavoro o della prestazione lavorativa che siano stati già oggetto di disconoscimento in sede ispettiva.
I criteri introdotti devono essere applicati a:
– domande ancora giacenti alla data del 29 maggio 2019 (data di pubblicazione della circolare n. 78/2019), oltre che, naturalmente, a quelle presentate in data successiva. Eventuali domande già respinte possono essere riesaminate su richiesta degli interessati presentata nei termini di legge;
– ricorsi amministrativi pendenti alla predetta data.

Piccoli coloni e compartecipanti familiari: aliquote contributive 2019

L’Inps comunica i contributi dovuti dai concedenti per i piccoli coloni e compartecipanti familiari per il 2019, nonché le aliquote da applicare per la riduzione degli oneri sociali e del costo del lavoro, i contributi dovuti all’INAIL e le modalità di pagamento.

Anche per il 2019 viene applicata la normativa stabilita dal decreto legislativo 16 aprile 1997, n. 146, che prevede l’aumento di 0,20 punti percentuali dell’aliquota dovuta al Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti per la generalità delle aziende agricole a carico dei concedenti. L’aliquota contributiva risulta perciò fissata nella misura complessiva del 28,99%, di cui il 20,15% a carico del concedente e l’8,84% del concessionario.
Circa la riduzione degli oneri sociali, continua a trovare applicazione l’articolo 120 della legge 23 dicembre 2000, n. 388. Ne consegue che per i concedenti, che versano l’aliquota dello 0,43% per gli assegni familiari, gli esoneri sono i seguenti:

Esoneri aliquote contributive

Assegni familiari 0,43%
Tutela maternità 0,03%
Disoccupazione 0,34%

Con riferimento alla riduzione del costo del lavoro, l’articolo 1, commi 361 e 362, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, prevede l’esonero di 1 punto percentuale complessivo da applicarsi sulle aliquote della gestione di cui all’articolo 24 della legge 9 marzo 1989, n. 88. Il predetto esonero, a valere prioritariamente sull’aliquota contributiva degli assegni per il nucleo familiare, è cumulabile con quello già previsto dall’articolo 120 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, e va applicato in caso di mancanza di capienza sulle altre aliquote contributive della citata gestione, prediligendo la maternità e la disoccupazione ed escludendo l’aliquota per il trattamento di fine rapporto, nonché quella di finanziamento dei fondi interprofessionali per la formazione continua. Per i concedenti, pertanto, l’esonero opera sull’aliquota della disoccupazione, come indicato nel seguente prospetto:

Aliquota disoccupazione 2,75%
Esonero ex art. 1, commi 361 e 362, L. 266/2005 1,00%

 

I contributi per l’assistenza infortuni sul lavoro, a decorrere dal 1° gennaio 2001, in base a quanto disposto dall’articolo 28, comma 3, del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38, sono fissati nelle seguenti misure:

Assistenza Infortuni sul Lavoro 10,125%
Addizionale Infortuni sul Lavoro 3,1185%

 

L’articolo 1, comma 785, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 ha interpretato l’articolo 01, comma 4, del decreto-legge 10 gennaio 2006, n. 2, convertito con modificazioni dalla legge 11 marzo 2006, n. 81, nel senso che, per i soggetti di cui all’articolo 8 della legge 12 marzo 1968, n. 334 e per gli iscritti alla gestione coltivatori diretti, coloni e mezzadri, continuano a trovare applicazione le disposizioni dell’articolo 28 del D.P.R. n. 488/68 e dall’articolo 7 della legge n. 233/1990. Pertanto la retribuzione da assumere per il calcolo dei contributi è il salario medio provinciale.
L’articolo 1, comma 45, della legge 13 dicembre 2010, n. 220 prevede che: “a decorrere dal 1° agosto 2010, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui all’articolo 2, comma 49, della legge 3 dicembre 2009, n. 191, in materia di agevolazioni contributive nel settore agricolo”. Pertanto
, le agevolazioni per zona tariffaria per l’anno 2019 continuano ad essere quantificate nelle seguenti misure:

TERRITORI

MISURA AGEVOLAZIONE

DOVUTO

Non svantaggiati 100%
Montani 75% 25%
Svantaggiati 68% 32%

L’importo dovuto deve essere versato in quattro rate, tramite modello F24, presso qualsiasi Istituto di Credito o Ufficio Postale. Dal sito dell’Istituto il concedente del rapporto di piccola colonia/compartecipazione familiare, in possesso di PIN, potrà visualizzare la lettera contenente il dettaglio contributivo e stampare la delega di pagamento F24 accedendo ai servizi on-line per il cittadino, selezionando la voce “Modelli F24 – Rapporti di lavoro PC/CF”. I termini di scadenza per il pagamento sono il 16 luglio 2019, il 16 settembre 2019, il 18 novembre 2019 e il 16 gennaio 2020.

L’istituto della retribuzione virtuale è applicabile anche in settori merceologici diversi da quello edile

Anche nei settori diversi da quello edile, la contribuzione è dovuta nei casi di assenza del lavoratore o di sospensione concordata della prestazione stessa, che costituiscano il risultato di un accordo tra le parti derivante da una libera scelta del datore di lavoro e non da ipotesi previste dalla legge e dal contratto collettivo. In tal senso, considerata l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello retributivo, incombe al datore di lavoro allegare e provare la ricorrenza di un’ipotesi eccettuativa dell’obbligo (Corte di Cassazione, sentenza 03 giugno 2019, n. 15120).

Un Tribunale di prime cure aveva accolto il ricorso proposto da un datore di lavoro teso ad ottenere la declaratoria di illegittimità ed inefficacia del verbale di accertamento con il quale l’Inail gli aveva contestato, in qualità di titolare di un esercizio commerciale svolgente attività di ristorante-pizzeria, l’omesso versamento di premi relativi alle retribuzioni di suoi dipendenti, dovute a cause di sospensione dell’attività lavorativa, diverse da ferie, malattia ed altre ipotesi previste dalla legge e dal contratto collettivo. In sede d’appello, invece, la Corte accoglieva il gravame proposto dall’Inail, applicando alla fattispecie il principio, per cui le assenze dal lavoro non contrattualmente giustificate non esonerano il datore di lavoro dal pagamento del premio sulla retribuzione cosiddetta contributiva, fatta eccezione per l’ipotesi in cui la retribuzione di fatto erogata sia superiore.
Ricorre così in Cassazione il datore di lavoro, lamentando principalmente che l’Inail avesse impugnato la sentenza del Tribunale con riguardo all’applicazione del minimale retributivo, pur vertendosi in ipotesi differente e non avendo l’istituto chiesto di provare che le giornate di assenza fossero fittizie.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. La regola del minimale contributivo deriva dal principio di autonomia del rapporto contributivo rispetto alle vicende dell’obbligazione retributiva, ben potendo l’obbligo contributivo essere parametrato a importo superiore a quanto effettivamente corrisposto dal datore di lavoro. Orbene, tale principio opera sia con riferimento all’ammontare della retribuzione c.d. contributiva, sia con riferimento all’orario di lavoro da prendere a parametro, che deve essere I’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva o dal contratto individuale se superiore. Pertanto, se ai lavoratori vengono retribuite meno ore di quelle previste dal normale orario di lavoro e su tale retribuzione viene calcolata la contribuzione, non vi può essere il rispetto del minimo contributivo nei termini sopra rappresentati.
Nel settore dell’edilizia, la previsione normativa di ipotesi esonerative dall’obbligo del minimale contributivo, inteso anche come obbligo di commisurare la contribuzione ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario di lavoro normale stabilito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale e dai relativi contratti integrativi territoriali di attuazione, ha chiara finalità antielusiva ed è stata ritenuta di stretta interpretazione.
Tuttavia, il fatto che per gli altri settori merceologici non vi sia analoga previsione non significa che sussista una generale libertà delle parti di modulare l’orario di lavoro e la stessa presenza al lavoro, così rimodulando anche l’obbligazione contributiva, considerato che questa seconda è svincolata dalla retribuzione effettivamente corrisposta e deve essere connotata dai caratteri di predeterminabilità, oggettività e possibilità di controllo. Anche nei settori diversi da quello edile, pertanto, la contribuzione è dovuta nei casi di assenza del lavoratore o di sospensione concordata della prestazione stessa, che costituiscano il risultato di un accordo tra le parti derivante da una libera scelta del datore di lavoro e non da ipotesi previste dalla legge e dal contratto collettivo. In tal senso, considerata l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello retributivo, incombe al datore di lavoro allegare e provare la ricorrenza di un’ipotesi eccettuativa dell’obbligo.

Parità di trattamento tra uomini e donne nelle forme pensionistiche complementari collettive

La COVIP rende note disposizioni sulla parità di trattamento tra uomini e donne nelle forme pensionistiche complementari collettive.

Con riferimento alle forme pensionistiche complementari collettive, è vietata qualsiasi discriminazione diretta o indiretta tra uomini e donne per quanto riguarda il campo di applicazione di tali forme, le relative condizioni di accesso, l’obbligo di versare i contributi e il calcolo degli stessi. Pertanto, non possono essere previste, e se previste devono essere rimosse, le eventuali disposizioni, criteri, prassi, atti, patti o comportamenti, riguardanti l’area dei soggetti che possono aderire alle forme pensionistiche complementari collettive, le condizioni che ne disciplinano l’adesione, nonché le regole in materia di determinazione della misura e delle modalità di versamento della contribuzione a carico del datore di lavoro e del lavoratore, che siano tali da produrre un effetto pregiudizievole per taluni lavoratori in ragione del sesso o che potrebbero, comunque, mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto ai lavoratori dell’altro sesso. Le forme pensionistiche complementari collettive informano la COVIP in merito alle iniziative adottate per rimuovere le situazioni eventualmente sussistenti.
E’ altresì vietata qualsiasi discriminazione per quanto riguarda il calcolo delle prestazioni, nonché le condizioni concernenti la durata e il mantenimento del diritto alle prestazioni stesse.
La fissazione di livelli differenti per le prestazioni è consentita soltanto se necessaria per tener conto di elementi di calcolo attuariale differenti per i due sessi nel caso di forme pensionistiche a contribuzione definita. Nel caso di forme pensionistiche a prestazioni definite, finanziate mediante capitalizzazione, alcuni elementi possono variare semprechè l’ineguaglianza degli importi sia da attribuire alle conseguenze dell’utilizzazione di fattori attuariali che variano a seconda del sesso all’atto dell’attuazione del finanziamento del regime. Le forme pensionistiche complementari collettive che, rientrando in tali ipotesi, si avvalgono delle facoltà previste sono tenute ad accertare che i trattamenti diversificati siano giustificati sulla base di dati attuariali affidabili, pertinenti e accurati.
Ai fini della verifica della sussistenza di detta condizione, le forme pensionistiche che erogano direttamente le prestazioni sono tenute a redigere, in allegato al bilancio tecnico, un’apposita relazione nella quale attestano che l’utilizzo del fattore sesso, determinante nella valutazione dei rischi effettuata ai fini del calcolo delle prestazioni differenziate, trova fondamento in dati attuariali affidabili, pertinenti e accurati. La relazione, redatta da un attuario, deve contenere un’indicazione dettagliata della tipologia e delle fonti dei dati attuariali impiegati nella determinazione di ogni categoria di prestazione, anche accessoria e di reversibilità.

Conciliazioni successive a diffida accertativa: prevale sempre l’accertamento dall’organo ispettivo

Nel caso di emissione di diffida accertativa per crediti patrimoniali, eventuali accordi conciliativi, che siano intervenuti prima della validazione della diffida o in fase successiva, non possono avere riflessi sull’imponibile contributivo che deve essere comunque calcolato secondo quanto accertato dall’organo ispettivo.

Come noto, qualora nell’ambito dell’attività di vigilanza emergano inosservanze alla disciplina contrattuale da cui scaturiscono crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo degli Ispettorati del lavoro diffida il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti. Entro 30 giorni dalla notifica della diffida accertativa, il datore di lavoro può promuovere tentativo di conciliazione presso l’Ispettorato territoriale del lavoro. In caso di accordo, risultante da verbale sottoscritto dalle parti, il provvedimento di diffida perde efficacia; decorso, invece, inutilmente il termine predetto o in caso di mancato raggiungimento dell’accordo, il provvedimento di diffida acquista efficacia di titolo esecutivo, con provvedimento del Direttore dell’Ispettorato territoriale del lavoro.
Ciò premesso, sono pervenute all’Ispettorato nazionale del lavoro richieste di chiarimento riguardanti i casi di possibili interferenze tra il procedimento di emanazione e convalida della diffida accertativa per crediti patrimoniali e le procedure di conciliazione svolte presso l’Ispettorato territoriale del lavoro (art. 410 c.p.c.), in sede sindacale (art. 411 c.p.c.) o nelle forme della risoluzione arbitrale (art. 412 c.p.c.). In particolare, vengono in rilievo sia ipotesi in cui, successivamente all’emanazione della diffida accertativa ma prima della sua validazione, sia sottoscritto dalle parti un verbale di conciliazione tra quelli sopra menzionati, sia casi in cui la conciliazione intervenga dopo la validazione della diffida accertativa.
Al riguardo, si chiarisce che la conciliazione sulle retribuzioni non può avere riflessi sull’imponibile contributivo che deve essere comunque calcolato secondo quanto accertato dall’organo ispettivo, in misura non inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi o contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo.
Altresì, non è mai possibile dare rilievo ad accordi conciliativi intervenuti in forme diverse da quella prescritta in sede di diffida accertativa, sia nel caso in cui esse intervengano prima della validazione della diffida accertativa che in fase successiva.

Diritto alla pensione di anzianità e soluzione di continuità fra successivi rapporti di lavoro

La cessazione del rapporto di lavoro costituisce una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione del trattamento pensionistico, sicché per conseguirne il diritto è comunque necessaria, in caso di medesimo o diverso datore di lavoro, una soluzione di continuità fra i successivi rapporti di lavoro al momento della richiesta della pensione e della decorrenza della stessa. Peraltro, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni, si configura una presunzione relativa di simulazione della risoluzione del rapporto di lavoro, che può essere vinta mediante il ricorso a indici idonei a provare il carattere novativo del rapporto

Una Corte d’appello territoriale, riformando la sentenza del Tribunale di prime cure, ha accolto la domanda proposta da un lavoratore, tesa all’accertamento del diritto a fruire della pensione di anzianità revocata dall’Inps in ragione del divieto di cumulo della stessa pensione con i redditi derivanti da attività lavorativa. Al riguardo, il Tribunale aveva escluso che il ricorrente avesse cessato il proprio rapporto di lavoro prima del pensionamento, dal momento che egli aveva continuato a lavorare alle dipendenze dello stesso datore di lavoro con le stesse mansioni ed alle stesse condizioni, senza soluzione di continuità tra la formale cessazione del rapporto del 28 febbraio 2002 e la instaurazione del nuovo rapporto il 1° marzo 2002. Secondo la Corte territoriale, invece, pur essendo necessaria, al fine di conseguire il diritto alla pensione di anzianità, la cessazione del rapporto di lavoro, tale circostanza, nel caso di specie, doveva ritenersi provata attraverso la produzione del libretto di lavoro, la corresponsione del TFR e la produzione dei prospetti paga. Tali fonti di prova dimostravano che il rapporto di lavoro era cessato alla data del 28 febbraio 2002, mentre la pensione era stata liquidata con effetto dal 1° marzo 2002 ed anche se nella stessa data l’appellante è stato nuovamente assunto dalla stessa società, non era necessario subordinare la liquidazione della pensione alla sussistenza di un lasso temporale minimo tra la cessazione del rapporto di lavoro ed il successivo reimpiego.
Avverso tale sentenza ricorre l’Inps, deducendo che la Corte territoriale avesse erroneamente escluso la necessità del requisito della inoccupazione vigente al momento della domanda di pensione di anzianità, presentata dal lavoratore il 25 febbraio 2002.
Resiste con controricorso il lavoratore che eccepisce, fra l’altro, l’inammissibilità del ricorso per acquiescenza alla sentenza ora impugnata realizzatasi per l’avvenuta comunicazione della liquidazione degli importi pretesi, prima ancora della pubblicazione della sentenza.
Per la Suprema Corte il motivo di ricorso è infondato. Secondo l’orientamento giurisprudenziale, il requisito della inoccupazione era ricavabile dalla disposizione di legge per cui le pensioni di anzianità a carico dell’AGO dei lavoratori dipendenti ed autonomi e delle forme di essa sostitutive, nonché i trattamenti anticipati di anzianità delle forme esclusive, non erano cumulabili con redditi da lavoro dipendente, nella loro interezza, e, in parte, con quelli da lavoro autonomo. Il fatto che poi la legge avesse consentito il cumulo tra pensione di anzianità e redditi da lavoro dipendente non toglie che la prestazione non poteva essere erogata se non dopo la cessazione del rapporto di lavoro, che è un requisito indefettibile, prescritto dalla norma che ha introdotto la pensione di anzianità. La cessazione del rapporto di lavoro costituisce, infatti, una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione della prestazione sociale, sicché per conseguire il diritto al trattamento pensionistico è comunque necessaria, in caso di medesimo o diverso datore di lavoro, una soluzione di continuità fra i successivi rapporti di lavoro al momento della richiesta della pensione e della decorrenza della stessa. Peraltro, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni, si configura una presunzione di simulazione di risoluzione del rapporto di lavoro al momento del pensionamento. Tale presunzione, tuttavia, può essere vinta mediante il ricorso a potenziali indici sintomatici, idonei a provare il carattere realmente novativo del rapporto di lavoro successivo al pensionamento.