Licenziamento illegittimo e risarcimento, l’onere probatorio per detrarre l’aliunde perceptum


Nell’ipotesi di licenziamento dichiarato illegittimo e di conseguente risarcimento del danno al lavoratore, il datore di lavoro che invochi l’aliunde perceptum da detrarre al risarcimento dovuto, deve allegare circostanze di fatto specifiche e, ai fini dell’assolvimento del relativo onere della prova su di lui incombente, è tenuto a fornire indicazioni puntuali, rivelandosi inammissibili richieste probatorie generiche o con finalità meramente esplorative (Corte di Cassazione, sentenza 11 ottobre 2019, n. 25677)


Una Corte di appello territoriale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di prime cure, dopo aver escluso la fondatezza della domanda di accertamento di un lavoratore al superiore inquadramento e di pagamento delle conseguenti differenze retributive, aveva dichiarato illegittimo il licenziamento intimatogli a motivo che le sue condizioni fisiche non ne consentivano l’ulteriore impiego nelle mansioni svolte e che non vi era possibilità, data la completezza dell’organico, di assegnarlo ad altre equivalenti. Secondo la Corte, il datore di lavoro, pur essendone onerato, non aveva dato prova della impossibilità di ricollocazione del lavoratore in mansioni equivalenti o anche inferiori, neppure prospettate, essendo stato il lavoratore dichiarato inidoneo alla mansione specifica di fattorino addetto al recapito, ma non anche allo svolgimento di altre mansioni compatibili con le sue condizioni di salute.
Avverso detta sentenza propone così ricorso in Cassazione la società, lamentando che se l’onere della prova in materia di “repechage” è a carico del datore di lavoro, il lavoratore è comunque tenuto ad indicare possibili impieghi alternativi, in un’ottica di cooperazione secondo lealtà e buona fede. Altresì, la Corte avrebbe omesso di prendere in esame le eccezioni di aliunde perceptum e percipiendum e le relative istanze istruttorie.
Secondo la Suprema Corte il ricorso è in parte inammissibile, in parte infondato.
In particolare, la società ricorrente si duole di una illogica ricostruzione di fatto, in tema di ricollocazione del lavoratore, ma dietro lo schermo della denuncia di violazione o falsa applicazione di norme di diritto, essa, nella sostanza della censura, sollecita una rilettura e un diverso apprezzamento del materiale di prova acquisito al giudizio e, cioè, il compimento di un’attività giurisdizionale estranea alla funzione assegnata alla Corte di legittimità ed invece propria esclusivamente del Giudice di merito. Il motivo, poi, è comunque infondato laddove pone un obbligo/onere di collaborazione a carico del lavoratore, avente ad oggetto l’indicazione di possibili impieghi alternativi in azienda, dovendosi ribadire l’ormai consolidato orientamento, per il quale, in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, spetta al datore di lavoro l’allegazione e la prova dell’impossibilità di “repechage” del dipendente licenziato, in quanto requisito di legittimità del recesso datoriale, senza che sul lavoratore incomba un onere di allegazione dei posti assegnabili, essendo contraria agli ordinari principi processuali una divaricazione tra i suddetti oneri (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 5592/2016).
Inoltre, anche l’ulteriore motivo dedotto non può trovare accoglimento. Sempre secondo consolidato orientamento, in tema di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro che invochi l’aliunde perceptum da detrarre dal risarcimento dovuto al lavoratore, deve allegare circostanze di fatto specifiche e, ai fini dell’assolvimento del relativo onere della prova su di lui incombente, è tenuto a fornire indicazioni puntuali, rivelandosi inammissibili richieste probatorie generiche o con finalità meramente esplorative.