La qualificazione fiscale del Trust decide la tassazione dei redditi

Con la Risposta a interpello n. 381 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che il pieno spossessamento dei beni da parte del disponente è condizione essenziale per la qualificazione del Trust come soggetto passivo IRES. Tale condizione si esprime attraverso un effettivo potere del “Trustee” di amministrare autonomamente e disporre dei beni a lui affidati dal disponente, esplicitato nelle clausole dell’atto istitutivo del Trust.

Nell’ordinamento italiano la normativa fiscale riguardante i trust è stata introdotta con la Legge finanziaria 2007, includendoli tra i soggetti passivi IRES.
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che un Trust può essere qualificato soggetto passivo ai fini delle imposte sui redditi soltanto se sussiste un effettivo potere del Trustee di amministrare autonomamente e disporre dei beni a lui affidati dal disponente.
Diversamente il Trust deve ritenersi fiscalmente “inesistente” in tutti quei casi in cui, per effetto delle disposizioni contenute nel proprio atto istitutivo ovvero in base ad elementi di mero fatto, il potere di gestire e disporre dei beni permanga in tutto o in parte in capo al disponente. In tal caso, non verificandosi il reale spossessamento di quest’ultimo in relazione ai beni posti nel patrimonio costitutivo del Trust, quest’ultimo si configura come una “struttura meramente interposta rispetto al disponente”. Di conseguenza, i redditi formalmente prodotti dal Trust continuano ad essere attribuiti al disponente ai fini della tassazione.
Riguardo agli elementi indicativi di una mera interposizione fiscale, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che si considerano “inesistenti” le tipologie di trust in cui:
– il trustee deve tenere conto, in relazione alla gestione del patrimonio e del reddito da questo generato, delle indicazioni fornite dal disponente;
– il trustee non può esercitare i suoi poteri “senza il consenso” del disponente o del beneficiario;
– il disponente ha la facoltà di attribuire beni e redditi del trust o concedere prestiti a soggetto dallo stesso individuati;
– “ogni altra ipotesi in cui il potere gestionale e dispositivo del trustee, così come individuato dal regolamento del trust o dalla legge, risulti in qualche modo limitato o anche semplicemente condizionato dalla volontà del disponente e/o dei beneficiari”.
In altri termini, affinché il trust sia considerato fiscalmente rilevante deve verificarsi il pieno spossessamento dei beni da parte del disponente.
A tal fine, le prerogative di autonomia gestionale del Trustee devono essere esplicitate nell’atto istitutivo, attraverso le clausole che ne regolano la struttura e le finalità.
A tal proposito, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che rilevano una limitazione dei poteri del trustee le clausole che prevedono:
– la necessità di acquisire il consenso del Disponente o del Comitato dei saggi su determinate materia (ad esempio, anticipazioni ai beneficiari, possibilità di compiere atti vietati dalle disposizioni generali in materia di conflitto di interessi, prestazioni di garanzie a favore di terzi, conferimento di mandati per l’esercizio di un determinato potere gestionale, modifica del profilo di rischio previsto per gli investimenti finanziari, interruzione di un contratto di investimento, determinazione delle somme distribuibili e degli impieghi del fondo del Trust);
– la necessità di acquisire il parere del Disponente o del Comitato dei saggi per l’alienazione di immobili presenti nel Trust, che siano in godimento al disponente, al coniuge o ai beneficiari;
– la riserva al disponente di attribuire al coniuge crediti verso il Trustee;
– la facoltà di revoca del Trustee in qualsiasi momento da parte del dal Disponente o, nel caso in cui questo sia deceduto dal Comitato dei Saggi o, alternativamente, dai beneficiari congiuntamente.